Umanoidi e Alieni

Stamane, nei miei confronti e incontri ravvicinati con lo specchio, mi sono fatta i complimenti per come sono riuscita a nascondermi fino ad oggi. Se non l’avessi fatto, gli umanoidi avrebbero la certezza e non il dubbio che gli alieni esistono. E saprebbero che la loro diversità è fatta di poche cose. La prima è intima, il pensare differente. La seconda è esistenziale, noi abbiamo una sola certezza, dio ha creato l’umanoide solo dopo aver creato la pecora: serviva qualcuno che le tosasse almeno una volta l’anno. La terza è biologica, il legame pecora-uomo ha condizionato l’essere più debole e stupido fra i due, così l’umanoide, sotto l’aspetto sociale, comportamentale e culturale, non si è evoluto oltre il gregge. Altre differenze, fra umanoidi ed alieni non ve ne sono. Per il resto si caga come loro. Alle volte con Etichette ed alle volte di merda. Stamattina facevo quasi cagare, poi mi sono ricordata les bonnes manières.

N.H

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Gabbiani docet

Stamane il mare ha l’increspatura della carta vetrata. Mi chiede se, come le opinioni, anche i sentimenti possono cambiare. La domanda è a dir poco banale. Un sentimento lo cambi solo se un altro sentimento lo sostituisce. La simpatia verso qualcuno resta finché quel qualcuno non te la farà diventare antipatia. Diversamente resterà tale. Non c’è motivo perché essa finisca.
“Quindi un sentimento, finché non interviene un fatto nuovo, resterà tale?”
“Certo, non c’è motivo che lo faccia cambiare.”
“E se non sarà alimentato?”
“Andrà in archivio. Resterà sospeso ma uguale.”
“Ma un sentimento non alimentato non diventa indifferenza?”
“No, l’indifferenza è già un sentimento non un archivio. Se una persona ti è simpatica, non significa che smettendo di frequentarla quella persona ti diventerà indifferente. Resterà simpatica ma in archivio. E’ diverso.”
“Quindi un amore non realizzato, non smette di esistere. Resta in archivio e intanto puoi amare altri?”
“La letteratura non è forse piena di amori rimasti a metà?”
“E la letteratura è vita.”
“In effetti è sempre la vita che diventa letteratura. Quante volte quello che leggi non è altro che vita. Se sai leggere e scrivere, ne raccogli i pezzi, li unisci e la storia che può sembrare fantasia è tutta realtà.”
Gli occhi dei gabbiani sembrano finti. Forse l’ha detto. Forse no. Però è vero.

N.H

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Adulterio…

Voglio confessarvi una cosa: ho una simpatia per gli adulteri, oh non me ne vogliate, ve ne prego, è che apprezzo questo stile sempre in bilico, questi pseudo avventurieri che di adrenalina se ne intendono, questi che l’amore è una cosa – pegno, costanza, sacrifico, disponibilità, compromesso – e il sesso/passione è un’altra, poi ci sono loro, gli utopisti che vorrebbero che le due cose coincidessero sempre… vabbé, un altro discorso…
Poi ci sono io che,  essendo “fedele mio malgrado”, trovo quelli che mi piacciano ma non mi si filano manco di striscio o solo di striscio, e quelli che non mi piacciono o mi piacciono poco… neanche morta, tanto da farmi pensare ad aver raggiunto la pace dei sensi, o farmi suora che è meglio. Gli infedeli invece li trovo doppi, vivi, e liberi, attention(!), non sto scrivendo l’elogio al tradimento, per carità, me ne guardo bene, però li trovo a volte meno falsi dei sinceri.
Ma c’è sempre l’eccezione, ovviamente…

Ed ecco che arriva l’amico con una tipa, alla loro vista la domanda che mi sorge spontanea è: “Ma dove diamine l’ha trovata, in quale night? quanto costa? è infiammabile? da che parte la porta a battere stanotte?” – Sono spudorata, lo so! –

Ma non sto esagerando, anzi! Enfin, mi dovrete credere sulla parola, è impresentabile, non sembra una call girl, sembra una battona, però mi rendo conto che i gusti sono gusti e sono indiscutibili, e che gli Amici sono Amici e cosa mai gli vuoi dire? ah sì, potrei dire:”accidenti, ma dove hai lasciato tua moglie, portale i miei saluti” invece me ne sto zitta in nome della cara privacy e del fatto che avrò sotto gli occhi tale obbrobrio solo per pochi giorni, quindi un atteggiamento tipo: “non vedo, non sento, non parlo” mi sembra appropriato. Ma…

Et voilà l’amico che mi vuol parlare in privato.

A: “senti Nadi, lo so che sono une merde… tu conosci mia moglie… io sono debole, mi capisci? lei è una santa e io… qui con questa… la vedi? è stupenda”

N: “oh mon Dieu, magari stupenda… no, diciamo un tipo”

A: “mais no, sembra volgare ma ha cultura da vendere, solo che non si esprime bene in italiano… ma te lo dico in confidenza, con lei il sesso è una favola… invece, sai, mia moglie, non so, è brava, bella, raffinata ma… mi capisci, vero?”

-Ed è inevitabile chiedere aiuto. Alzo gli occhi al cielo con l’intenzione di scorgere Dio seduto sopra una nuvola che mi sfida a dire qualcosa di intelligente, di poco subdolo o di benevolo al tipo, perché capite bene che con Dio io ci parlo, a dire il vero, parlo pure da sola a volte, e alcune con il mio alter ego esigente ed odiosetto. Però, accidenti, questo che cerca giustificazione, che mi vuol far credere che è colpa della moglie santa se… ecco questo mi fa tirar fuori tutto il “SuperMArio” che c’è in me, lo scaricatore di porto ben noto alle mie amiche, quello che esce fuori quando la my politically correct si rompe le balle e diventa uncorrect.-

N: “oh oui, certo che ti capisco, poi guarda non sono certo affari miei, tranquillo”
A: “mais no, se mia moglie non fosse stata così, di sicuro io non…”

N: “guarda che magari su tua moglie ti sbagli, voglio dire come andava il sesso quando vi siete conosciuti?”
A:”ah era fantastica, una bomba, bei tempi! aveva sempre voglia… non mi faceva mancare nulla, scusa se te lo dico ma mia moglie a letto era super poi… è tutto svanito”

N: “tua moglie è molto bella, ha qualcosa di Sharon Stone in “Basic Istint” celebrale… sexy pericolosa”
A:” sì, vero, era così però poi…”
N: “posso permettermi di essere sincera e brutale con te?”
A: “si certo!”
N: “una donna a cui piace il sesso, non se ne scorda… perché a parte alcune rare eccezioni le donne sono tutte femmine, puttane quanto basta, e col tempo spesso la sicurezza fa acquisire ancora maggiore voglia”
A: “non è il caso di mia moglie, tu non la conosci abbastanza bene”
N: “conosco le donne, fidati… tutte troie, se c’è il tipo che ci sa fare, tutte… il sesso se piace a 18 anni piace molto di più dopo”
A:”… mia moglie non è una troia!”
N: “in questo caso, non far caso alle parole… l’hai detto tu che era una che :”dio che soddisfazioni che dava… e come faceva…” e tu davvero pensi che sia cambiata? che non abbia più desideri? ma l’hai vista come esce curata, come tiene ad andare dall’estetista ecct? o voglio dire uno come te, non sarà cieco, si renderà conto che sessualmente una donna è disponibile o no?”

A: ” beh certo… però mia moglie…”
N: “guarda, per come la vedo io, tua moglie ti ha lasciato andare con il sorriso sulle labbra, per un giretto con i tuoi amici, che ti stanno coprendo, lei è intelligente, spigliata. Secondo te una donna non sospetterebbe che sei con un’altra? Gli amici non sono bravi alle coperture, se lei ci crede è perché vuole crederci e se vuole… e non dimostra gelosia, probabilmente avrà colto l’occasione di fare qualcosa che non potrebbe fare con te tra i piedi.”

A: “ma scusa tu stai dando dell’adultera a mia moglie!”
N: “non mi permetterei mai! sto solo dicendo che le donne sono donne, non sono sante, non sono monache, che a meno che non stanno male, scopano! come gli uomini tutto qua… poi magari in questo momento tua moglie sta cucinando”

A: “sai che non ha fatto una piega… quando ho detto che partivo? anzi mi ha detto:”vai vai che ti riposi”
N: “appunto”
A:”inoltre ha aggiunto, ci penso io qui… lo sai, puoi stare pure un giorno in più tranquillo, ma che pezzo di…”
N: “ma no… dai non dire così in fondo anche tu sei un bravo ragazzo”

Ops, l’amico si è allontanato senza aggiungere parola… la Spalla mi si è avvicinato dicendomi:
“ma che gli hai detto ad A, sembra sconvolto…”
N: “niente, ho solo detto che le donne sante non esistono”
S:”ahahah questo lui lo sa bene”
N: “sembra di no”

Soddisfatta me ne andai, facendo una pernacchia insolente verso la solita nuvola.

N.H

Grazie a te!

Sì. Sarò anche scettica. Una di quelle “senza religione”, dal credo irriverente.
Forse avresti fatto meglio a raccontarmi delle favole quando ero bambina invece di dirmi brutalmente che Babbo Natale e la Befana non esistono, che la cicogna non verrà mai, che i cavoli si mangiano per contorno, che le fate non si trovano in nessun luogo e che le streghe sono solo un malefico strumento di terrorismo psicologico. Forse avresti fatto meglio a non spiegarmi di continuo, con pazienza e solerzia, ogni nuda e cruda verità di un’esistenza ruvida e tagliente, fatta di cocci rotti e spigoli aguzzi. Con la precisa crudeltà di una scienza esatta.
Di cosa ti lamenti adesso? Non so sognare, non so illudermi. Riesco a malapena a sperare. Credo solo in me stessa. Non mi aspetto nulla da nessuno. Nemmeno da te.
Di fatto, sono uno dei tuoi capolavori, uno dei tuoi migliori, considerati i risultati.
Inutile insistere: ormai, è troppo tardi per imparare a diventare una di quelle “per bene”, tutta sogni e romanticismi. Farmi mangiare pane ed intelligenza ogni giorno a colazione mi ha rovinato l’esistenza. La mia e quella di tutti coloro che mi stanno affianco. Persino la tua. Me ne rendo conto mentre guardo la tua faccia mentre mi fissi, attendendo un mio cedimento. Ma io non cedo. Muoio e poi rinasco. E vado sempre avanti e voglio di più. Grazie a te.

A mio padre

N.H

Ciao Mio Capitano!

Essere capaci di trasformare, qualsiasi ruolo, anche i più leggeri, anche nei film più commerciali, in qualcosa di prezioso, significa avere un animo raro, che va tutelato proprio perché prezioso.
Mi ha fatto ridere e piangere, non ricordo una sola sua apparizione inutile o scarsa, mi ha regalato sorrisi in momenti bui.
Quando un grandissimo attore e uomo muore, non resta spazio che per la tristezza.
Se davvero è suicidio, sono ancora più arrabbiata con questo mondo!
Ciao Robin, grazie per tutti i sorrisi che mi hai regalato, spero che da oggi, il paradiso sia un posto più allegro.
R.I.P.

Nadine.

“Bada a come parli!

Se no ti strappo le labbra

e le appiccico agli occhi,

così vedi quello che devi dire!”

(Robin Williams)Robin Williams 2010 20_167_L

J’ai mal au cœur.

Alors, in francese si dice écoeuré. Una parola che ha a che fare col cuore. Per dire che si ha i “conati” o/e “nausea” si usa anche “j’ai mal au cœur“, letteralmente “ho male al cuore”.
Moi, alors, j’ai mal au coeur
Perché, i conati di vomito che mi hanno preso da tempo oramai, hanno a che fare anche col cuore. Ma non solo.

Ieri sera, giusto per concludere in bellezza,  ho assistito a un reportage alla televisione italiana (autolesionismo).
Girato durante una seduta del consiglio comunale di un paesino nei dintorni di Brescia, di cui non ho annotato il nome. Seguito dalle interviste fatte ad alcuni giovani in una discoteca, credo dalle stesse parti.
Da allora  “je suis écoeurée” sempre di più.
Al consiglio comunale viene votata una disposizione, (quattro i voti contrari) con la quale sindaco e assessori si impegnano genericamente a non varare nessuna norma che possa in qualche modo venire incontro alle richieste della comunità mussulmana che vive e lavora in quel comune.
In discoteca, i ragazzi, vanno ancora più lontano. Farfugliano al microfono, intercalando il dialetto all’italiano, frasi sinistre genere: “che i mussulmani se ne stiano a casa loro”, “qua siamo a casa nostra” per finire, dulcis in fundo, con un “arabi e ebrei, bastardi, fuori dall’Italia”.
Premetto che non è stata affatto l’ultima frase a farmi pensare alle famigerate leggi di Norimberga. Ci ero arrivata ben prima.
Né I volonterosi carnefici di Hitler, controverso libro di Goldhagen, l’autore sostiene la tesi che i tedeschi ordinari, non solo erano al corrente dei pogrom nei confronti degli ebrei, ma addirittura li sostenevano, in nome del virulento antisemitismo che li abitava. Goldhagen, nel 1996, in un’intervista al New York Times, aveva spiegato che la sua ricerca partiva dalla questione seguente: gli storici dell’olocausto si erano sempre chiesti perché mai in Germania e in altri paese fossero stati dati determinati ordini, ma non si erano mai chiesti perché mai tali ordini venissero eseguiti o passassero impunemente a prescindere dalle norme vigenti.
Esattamente quello che mi chiedo oggi.
Esattamente quello che, ancora oggi, e nonostante la Storia abbia insegnato la Sua lezione, continua a succedere.
Sotto gli occhi incuranti e le coscienze annientati di tutto il mondo.
Come mai? Perché?
Com’è possibile che il prefetto di Brescia non prenda dei provvedimenti per annullare tali decisioni del Consiglio Comunale di Brescia, visto il loro palese contrasto con le leggi della Repubblica? Com’è possibile che si permetta lo svolgersi di riunioni pubbliche che, per la loro stessa natura, costituiscono un’apologia all’odio razziale?
Per non parlare della questione più profonda, che è alle base di comportamenti del genere: com’è possibile che una parte degli italiani sia caduta così in basso? Com’è possibile che dei ragazzi, dei giovani, possano nutrire dei sentimenti di odio così profondo nei confronti di gente che lavora nelle fabbriche di questo paese, arricchendo la comunità, non solo della loro diversità ma anche con la fatica delle loro schiene e coi calli delle loro mani? Com’è possibile che la cosa passi senza che la gente “normale” dica “basta!”, “queste cose sono già accadute in passato!”, “storie del genere non possono più avvenire in Europa!”?
E ai conati di vomito si aggiunge la paura.
Una paura “déjà vu“, una paura razionale, il terrore che – arabi, ebrei, neri, gialli o a strisce –  vedano l’uomo “bianco” per quello che non è, lo considerino, malgrado lui, parte di questa storia infame, solo perché non ha la stessa pelle che hanno loro, non mangia le stesse cose e non prega lo stesso dio.
L’Italia che ho scelto come paese per viverci mi fa paura.
Mi fa paura perché scivola sempre di più nella barbarie.
Mi fanno paura i giovani razzisti che fanno capannello agli angoli delle nostre strade.
Mi fanno paura i prefetti che non vedono, non sentono, non dicono come le tre scimmiette.
Mi fanno paura gli sguardi che i vicini lanciano a chi non è come loro.
Le frasi pronunciate a bassa voce, e non più tanto bassa.
Gli eufemismi, le barzellette oscene, i nomignoli, i soprannomi.
Tutto l’armamentario che rende colui che se ne serve “carnefice volontario”.
Nel senso chiaro che Goldhagen ha dato ai tedeschi che abitavano nei dintorni di Auschwitz e che hanno giurato e spergiurato di non essersi mai accorti di nulla.
Come oggi, come ieri, più di ieri…
Voilà.
N.H

Concerti deludenti

…non scrivo. Le mani tremano un po’, troppe cose nella testa (come al solito). Ispirazione poca, o forse troppa ma confusa (come al solito).

Squilla il telefono, chissà perché?! La gente fuori chiacchiera del più e del forse. Il cane della vicina abbaia e fuori dalla porta si strofina sullo zerbino come se fosse una cosa importante. Rumori di ventilatori di computer, di dischi fissi, la sedia che anche se non dovrebbe scricchiola.

Disturbi.

Graffiti per le orecchie. Colori intensi senza capo ne coda. Fruscii insistenti.

E colpi di martello, rumori di cantiere, vetri che vibrano, auto che stridono sull’asfalto . Fischi che trapanano il cranio lasciando i pensieri indifesi.

Se non altro, per concentrarsi sul nulla assoluto, l’uomo è riuscito a trasformarsi in uno strumento musicale ambulante… ma di musica di poca qualità.

Concerti deludenti.

Deludere è un po’ il passatempo del genere umano… niente di nuovo all’orizzonte quindi…

Ma se l’unico modo per far notare che esisti è facendo rumore, pensaci. E se pensandoci le tue mani tremano, l’ispirazione ti passa, ed i rumori del mondo ti tolgono la concentrazione, urla tutta la tua stizza con quanto fiato hai in gola. Unisciti al coro.

E vaffanculo.

N.H

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La parola?

Ho sempre pensato, in modo molto disordinato, che la parola sia qualcosa di definitivo. La parola identifica come un lampione acceso nella notte. Da limpida, inequivocabile e traducibile, succede troppo spesso di avvolgerla nella foschia di ulteriori aggiunte o giri di parole invischiandola in un vortice che la sgranerà fino a farle perdere la sua iniziale identità. Come un vetro opaco inserito fra la realtà iniziale e quella percepita. Grazie alla conversazione avutasi questo pomeriggio con un Amico ho messo in ordine quello che pensavo disordinatamente.

La parola nomina, descrive; non giudica né significa altro dal significato che essa nomina. O almeno così dovrebbe essere e doveva essere ai tempi della sua nascita. La parola è il segno della realtà. Un muro scrostato non è altro che un muro scrostato; che sia segno di incuria o simbolo di caducità è un’aggiunta arbitraria e libera; come tale ingiudicabile. Un bicchiere riempito a metà è un bicchiere riempito a metà; che sia mezzo vuoto o mezzo pieno è soggettivo; inoltre che l’una affermazione sia ottimista e l’altra pessimista è altrettanto arbitrario, libero e ingiudicabile. E’ per queste aggiunte alla funzione nominale della parola che questa è diventata insignificante, portando con sé, per estensione, l’insignificanza generale, la mancanza di senso e il vuoto, che poi viene coperto con una patina luccicante, riempito di parole e significati arbitrari che si aggiungono e si accumulano in sempre nuove significazioni, allusioni e riferimenti.
Lei mi chiese, nei giorni scorsi, in merito al dono: forse perché temono che questo celi una richiesta o una richiesta di perdono? Probabile. Ma anche questo dipende dalla ricerca di significati ulteriori rispetto alla realtà.
Si è coperto la realtà di significati, tanto che ormai ogni cosa allude a qualunque altra che la fantasia riesca a connettere a sua discrezione; ed ora non si è più capaci di riconoscerne la reale entità, cosicché anche nel banale e spontaneo gesto di un dono, si cerca e si trovano significati altri, diversi, reconditi, nascosti. E un muro scrostato diviene simbolo di altro; altro che non è che la proiezione di noi stessi e delle nostre paure. Per questo s’impara a conoscere le persone da come giudicano, da ciò che vedono dietro la realtà evidente.
Hoc est.

N.H