Un senso di appartenza 

Capita di leggere un libro, vedere una foto, ascoltare una canzone o guardare un film che ci fa sentire a casa, intendendo un contenitore di sensazioni ed emozioni che comprende l’ascoltare conversazioni con persone gradevoli in una lingua conosciuta, trovarsi sul lavoro forti di una solida e lunga esperienza accumulata nel corso degli anni, riconoscere un Amico tra le centinaia di persone con cui si condivide una carrozza in treno, percorrere strade in cui abbiamo scavato dei solchi; persino i colori del cielo e della terra possono risultare familiari – oppure no. 
Che sia un racconto di Bukowski o un brano di Alanis poco importa. Certo, può risultare buffo, forse ridicolo e persino triste che ci si senta a proprio agio nella fiction o, più in generale, nell’arte invece che nella vita reale. 
Oppure può succedere che l’arte, a volte, riesca a sublimare (qualsiasi cosa voglia dire) uno stato d’animo nascosto da qualche parte in un cassetto dell’anima. Una sensazione che ci fa sentire più vivi e che, in un linguaggio universale scritto da qualche parte, ci ricorda archetipi come Amicizia, Amore, Comunità, Gruppo, Famiglia, Casa – il vero ed unico paradiso perduto, cari Adamo ed Eva.
Un senso di appartenenza al quale, da ragazza, credevo di poter rinunciare; invece, da tempo ormai, ne sento la mancanza, ed oggi, più che mai, ne vorrei avere uno.

N.H

  

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Quando i Grandi Uomini erano davvero Grandi 

Ci sono alcuni personaggi storici che hanno un particolare fascino, un carisma penetrante, che rimangono sotto pelle, entrano nell’immaginario collettivo e non ne escono più.
Uno è Alessandro Magno, Aléxandros trίtos ho Makedόn, Μέγας Ἀλέξανδρος, Ἀλέξανδρος Γ’ ὁ Μακεδών.

“Et siluit terra in cospecto eius”, così la Bibbia lo nomina nel libro dei Maccabei; “E la terra ammutolì al suo cospetto”.

Dhu al- Qarnayn, così lo nomina il Corano; “Il bicorne”.

Nessuno prima e nessuno dopo ha mai compiuto imprese così grandiose, nessuno prima si era mai spinto, con un esercito, in terre così lontane dalla patria, ma, soprattutto, nessuno prima aveva mai concepito un disegno politico così imponente e di ampio respiro con la consapevolezza delle conseguenze del disegno sull’umanità.

L’eco delle sue imprese, più delle imprese di chiunque, si è impresso nei secoli e nei paesi, dai poemi medioevali alle canzoni dei griot della Guinea, dopo secoli la sua arte si ritrovava ancora nelle valli dell’Afganistan e dell’Hindu Kush.

Ancora oggi nelle tribù montane di quei paesi si dice che i cavalli indigeni sono i discendenti di Bucefalo, lo stallone di Alessandro.

Esisteva fino a pochi decenni fa, nelle isole greche, una tradizione secondo la quale nelle notti di tempesta le donne isolane in attesa dei mariti rimasti al largo nelle loro imbarcazioni, andavano sulla riva del mare per gridare “Pou ine o Megalexandros?” (dov’è il grande Alessandro) e si rispondevano “Zi ke vasilevi!” (vive e regna).

Quello che fa di Alessandro un mito è sicuramente la morte prematura nel momento del compimento del suo disegno, la fede in un’idea che il mondo plasmato da lui sarebbe stato migliore, la collera assoluta, la ferocia distruttiva, il carisma, la sua capacità di sognare ed innamorarsi del sogno al punto di rinunciare a tutto pur di farlo reale, l’occhio azzurro e l’occhio nero la luce ed il buio dell’essenza umana.

La lucidità, la vorace fama di conoscenza, la filosofia imparata e praticata con Aristotele, i ritratti di Apelle, le sculture di Lisippo, hanno creato attorno alle sue sembianze e alla crisalide dissecata del suo corpo il simbolo del rimpianto per un mondo sognato e non costruito, il mito, colui che scioglie il nodo gordiano.

Alessandro è rimasto giovane, come tutti gli eroi, tra le rose di Pieria, tra i ricordi della prima città a portare il suo nome, tra le montagne dell’Afganistan, nelle sabbie dei deserti attraversati, nella fine neve del Nepal ed in tutte le terre che lo hanno veduto.

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Alessandro e il mare – Roberto Vecchioni

Il tramonto era pieno di soldati ubriachi di futuro
fra i dadi le bestemmie e il sogno di un letto più sicuro;
ma quando lui usciva dalla tenda non osavano
nemmeno guardare:
sapevano che c’era la sua ombra sola davanti al mare.
Poi l’alba era tutta un fumo di cavalli,
gridi e risate nuove;
dove si va, passato il Gange,
Generale, parla, dicci solo dove:
e lui usciva dalla tenda bello come la mattina il sole:
come in una lontana leggenda,
perduta chissà dove.

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Alèxandros – Giovanni Pascoli

Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l’auleta:
soffio possente d’un fatale andare,
oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.
O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…
e il canto passa ed oltre noi dilegua.

E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall’occhio nero come morte;
piange dall’occhio azzurro come cielo.
Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell’occhio nero lo sperar, più vano;
nell’occhio azzurro il desiar, più forte.