Ho imparato cammin facendo… (Post meditabondo di inizio anno)

E cammin facendo ho imparato che, alle volte, i tagli netti fanno bene, perché i ricordi sono belli, ma alla fine sono come i troppi maglioni vecchi nell’armadio, che non riesci nemmeno a trovare più e fanno solo ingombro. Quindi bisogna avere il coraggio, qualche volta, di tagliare e crearsi spazi nuovi, perché quando poi hai lo spazio, tranquilla, qualcosa o qualcuno lo riempirà sicuro.
Cammin facendo ho imparato che certe persone bisogna lasciarle andare. Anche se fanno parte di te, e sei convinta che potresti renderle felici e che il tuo compito sia salvarle da loro stessi. Devi lasciarle andare, perché, per salvare il mondo, ci vogliono i supereroi. E io non voglio e non faccio parte della categoria.
Cammin facendo ho imparato che voglio essere un po’ più fatalista, e credere in quella cosa poco razionale che quando una cosa succede in fondo è meglio così, e le porte che si chiudono è perché da qualche parte si aprono portoni, o finestre, e alla fine tutto quello che hai messo in circolo ti torna indietro da qualche parte, anche se non sai da dove o da chi ti aspettavi. È un atto di fede senza base logica, crederci, e quindi non è da me, ma ho anche imparato un bel echisenefrega, ad un certo punto.
Cammin facendo ho constatato che ci sono un sacco di persone che mi vogliono bene, e questo mi stupisce sempre un po’, perché io mi trovo una rompiballe insopportabile, lagnosa, orgogliosa, stordita, testarda. Però loro mi vogliono bene lo stesso. La gente è strana. Per fortuna, eh.
Poi ho un sacco di altre cose da imparare. Ma spero di avere ancora anni per farlo con calma. Intanto, cammin facendo, voglio restare umana e credere nell’essena del genere umano, perché ne sono innamorata. 
N.H 

Dedica… 

Suppongo di non rivelare alcunché di straordinario dicendo che viviamo un mondo illogico, pullulato da solitudini del cui dramma saremo messi a parte a esequie avvenute; e suppongo pure che l’ovvietà di quanto appena espresso non infici il ritmo cardiaco del lettore che potrebbe obiettare che esistono stati più gravi della condizione di isolamento, nel qual caso dovrei dedurre che lo stesso non è sufficientemente informato sulla differenza che intercorre tra solitudine come atto di volontà, e dunque arrecante benefici, e quella di cui si è vittime. 

Questo post è una carezza alle solitudini incontrate su WordPress, solitudini che attraverso prose lievi o folgoranti si sono spogliate di ogni ambiguità per incappare, talvolta, nell’ardimento idiota dell’anonimo che non si faceva scrupolo di prodursi in sberleffi e ingiurie. Per quel che vale, il mio grazie va a quelli che ora scrivono il loro romanzo altrove, perché senza neppure sospettarlo hanno reso meno greve questo viaggio da  blogger. Ma non dimentico i compagni di viaggio che sono ancora qui, come me, a ripetere le stesse liturgie.
N.H

C’est la vie. 

Colui che avesse in animo di affermare che non vi è casualità, ma merito o demerito nella distribuzione di gioie e dolori agli uomini, felicità e sfiga, sarebbe in errore; per certosina che sia la pianificazione di un progetto, non vi è certezza che le azioni a seguire sortiranno l’effetto voluto. Per contro vi sono esseri che, indipendentemente da quello che hanno fatto o omesso di fare, sono premiati dalla fortuna.
Questo post non vuole essere una critica gratuita ai più fortunati, solo si interroga sulla fine della volontà individuale alla luce di casualità avverse insistite; per come la vedo io, dev’esserci un’altra dimensione a noi contigua e tuttavia preclusa. Ed è lì che le nostre lacrime non sono oscene. 

 

C’est la vie

say the old folks

it goes to show

you never can tell
 

N.H

Mistificazioni stagionali… e non 

Del dolore finiamo col dire:”Ah, potrei farci un romanzo”, ma disgraziatamente lo stato emotivo in questione non è affatto congeniale ai comuni mortali, tant’è che va a braccetto soltanto con gli Artisti, loro sì capaci di produrre capolavori dalla sovraesposizione quotidiana allo stress.La sofferenza a lungo termine genera nichilismo o rassegnazione: nel primo caso si attua una cesura col tempo, per cui ciò che è altro da me non suscita interesse (che si tratti di un ingorgo stradale o di un pettegolezzo sul collega non fa differenza); nel secondo caso ci si illude d’averla fatta franca, ma a ben guardare è solo il dolore che, fattosi subdolo, regala l’illusione di una nuova primavera.

Le persone fortunate possono contare sulla cosiddetta follia positiva, ovvero su quella spinta interiore che consente di affrontare il mondo con dignità malgrado l’assenza di gratificazioni. Poco più di una mistificazione, come questo inverno che si pensava autunno…

N.H