Comunicare… Che fatica! 

Cara Comunicazione, so che sei un’arte, un’arte molto sottile, concessa a pochi eletti. Un po’ come giocare a scacchi: osservi, con molta attenzione, la mossa dell’opponente. Escogiti una strategia. Rifletti sulle eventuali linee da seguire. Rispondi con la dovuta calma e ponderazione. Insomma, una specie di dansa sulla scacchiera.

Tuttavia, devo confessarti che dopo tutto il tempo impiegato a studiare i tuoi assiomi, a leggere le tue regole, a cervellarmi nei meandri dei tuoi autori (grazie tante cari Watzlawick e Goffman), arrivano quei momenti in cui non solo desidererei rovesciare la scacchiera e far volare i pezzi, ma anche darle fuoco. Anzi, forse dare fuoco pure alla stanza in cui stanno seduti gli scacchisti a giocare la loro partita. O magari usare direttamente l’atomica.

(Per non parlare dei “piccioni”, quelli che, qualunque raffinata strategia tu stia adottando, continuano a camminare rovesciando i pezzi e cacando sulla scacchiera)
N.H

“Popolismo cattivo”: no. I leader incapaci. 

Questa è l’era della politica personalizzata, giusto? Della cosiddetta “leadership” carismatica, immediata, che decide a qualunque costo: giusto? Ne hanno scritto fior fiori di analisti; siamo nell’era post-idealogica, pare, ergo non restano che le soluzioni concrete promosse da singoli piccoli Bonaparte, più o meno democratici, “oltre la destra e e la sinistra”- vero? Ecco, pensavo: se questo è lo scenario, trovo incredibile che manchi in così tanti articoli e commenti letti in questi giorni post #Brexit una vera analisi, una riflessione e una condanna dell’incapacità totale della leadership europea – a livello dei singoli Stati e dell’UE – di essere all’altezza delle sfide da fronteggiare. 

Ok, gli UK escono dall’Europa. Ma ricordiamoci che prima c’è stata la Grecia. Nel mezzo una grande catastrofe umanitaria, a cui nessuna ha saputo dare una risposta, o meglio, si è risposto con accordi che non valgono un bel niente – nemmeno se fossero rispettati – muri, respingimenti, fili spinati, disumanità, retoriche pseudofasciste, razzismi di ritorno e non, maree montanti di demagoghi infilatesi nelle praterie degli ultimi a cui non si interessa più nessuno perché è tanto, tanto più cool pontificare sull'”era digitale”, sulla “politica 2.0” e tanti altri begli orpelli che non valgono nulla – tipo le petizioni on line post-referendum, una follia assoluta – quando persone inermi innocenti muoiono in mare, sulle coste, o nelle guerre che nessuno di questi leader è in grado non solo di fermare, ma anche solo di comprendere. 

La storia penserà anche a questa gente, li massacrerà. Non tanto e non gli ignoranti e non che hanno votato negli scorsi gironi: i leader inetti che non sono stati in grado di svolgere il loro compito, di fare il loro lavoro, cioè fare politica, dare visioni e aspirare riflessioni, rispondere ai problemi delle persone – ad iniziare da chi non ha nulla, non da chi comanda, da chi finanzia, dagli “influencer” (poveri noi) o da chi ti può scrivere un bell’editoriale su pagine che non valgono a loro volta un bel niente, perché nessuno crede a una parola di ciò che legge. 

“Il popolismo cattivo”: no, i leader incapaci. Con leader capaci, la demagogia muore alla radice. Ma è così bello sentirsi colti e intelligenti e migliori – e dire che la democrazia è questo o quello, quando intanto lasci morire i migranti, te ne freghi dei poveri, nomini questo o quell’amico, favorisci quest’altro amico e più in generale passi più tempo a specchiarti tra le brame della bella comunicazione, del narcisismo infinito di quest’era di inetti, che a provare davvero a cambiare ‘sto mondo. 

Ah, un’altra cosa, se fanno paura i demagoghi, fanno paura tutti. I Trump, i Farage, i Le Pen, certo. Ma anche gli Hollande che campano di Stati di emergenza e clima di terrore, o quelli che distruggono il lavoro e lo ripagano con le mancette elettorali.
N.H 

Maturità. 

L’amico piccolo di mio figlio, per il tema di maturità (sotto consiglio del pargolo), ha fatto il tema sui padri parlando di Stromae, che suo padre l’ha visto non più di sei volte perché è morto negli eccidi del Ruanda e poi gli ha dedicato una canzone molto bella. Ora vi confesso che siamo un po’ preoccupati: chi correggerà saprà chi è Stromae? Avrà la pazienza di cercarlo su Google? Prenderà 15 o 2? Ma non poteva cavarsela col solito Leopardi?  
N.H

Quelli… 

Quelli che a me hanno insegnato così…

Quelli che io sono fatto così…

Quelli che non è mica colpa mia…

Quelli che non sono razzista ma…

Quelli che meglio a te che a me…

Quelli che non ho nulla contro i gay ma un figlio frocio no…

Quelli che la mia sorte avversa…

Quelli che se lo fanno tutti perché non dovrei farlo io…

Quelli che io al suo posto avrei sicuramente agito meglio… 

Quelli che se passa questa legge là fuori diventerà un far west…

Quelli che io io io io io io…

Quelli che l’Italia agli italiani…

Quelli che in fondo è solo un animale…

Quelli che sono tutti di loro! 

Quelli che i problemi sono ben gli altri… 

Quelli che se l’è cercata…

Quelli che è tutto un COMPLOTTO!

Quelli che vuoi mettere? Vuoi vedere? A me è successo che…

Quelli che…

Quelli…

Che fatica. 
N.H

Le parole sono importanti 

Le parole sono importanti

Da quando mi sono resa conto che “fare la linguista” non solo è una passione per me, ma anche un lavoro e un modus vivendi, ho attribuito a questa frase un valore che va al di là di una semplice citazione morettiana. 

Ne uccide più la parola che la spada. Mai citazione fu più veritiera. Le parole sono importanti, le parole permettono di trascendere il tempo. Le parole sono mattoni, sono ponti, sono lame affilate. Le parole hanno Potere, le parole “fanno cose”. 

Le parole, se si ha una certa posizione, se si ricopre un certo ruolo, permettono di assolvere un imputato, di condannare qualcuno al carcere, di dichiarare un decesso, di rendere due persone marito e moglie. 
Anche da un punto di vista generico, le parole non sono delle semplici emissioni foniche: se io ti dico “ti voglio bene”, è perché ti voglio bene, se ti dico “sparisci dalla mia vita”, è perché non ti voglio mai più vedere. Se ti dico “questa cosa non mi piace”, è perché non mi piace; se ti dico “non voglio”, è perché non voglio: anche nel mio piccolo, nel mio non essere medico, giudice o prete, le parole “fanno cose”, mettono in atto fatti e provocano delle conseguenze reali. 
Successivamente ho scoperto che esistono persone che dicono “ti amo” perché sono innamorate del suono della propria voce, che pare usino solo per sollecitare negli altri una certa reazione, non perché pensino realmente ciò che stanno dicendo. Che dicono una cosa, ma pensano e fanno l’esatto contrario. Ecco, queste persone mi fanno un po’ paura, perché sembrano pensare che le loro parole non portino conseguenze reali, che “dire cose” sia una forma di divertissement fine a sé stesso. 
Poi ci sono quelle cose che si dicono quando si è fuori di sé, magari solo per far male sul momento, per ferire e infierire sull’orgoglio, per poi ritrattare: “scusami, non lo pensavo e che ero arrabbiato/a”, ma intanto il danno è stato fatto, il dolore è stato provocato. 
Le parole possono cambiare il corso di una giornata: renderti la persona più felice al mondo, come metterti al tappeto. Infliggerti una ferita che guarirà in un tempo lunghissimo, o che ti rimarrà addosso per tutta la vita. Sono indubbiamente molto importanti anche le azioni, ma mai sottovalutare il peso, il valore, il potere, la pericolosità delle parole. Non sono il presidente di una nazione, non posso dichiarare guerra a un altro Stato. Ma ognuno di noi deve avere coscienza e conoscenza di quante cose si possano fare con le parole, di come sia possibile usarle bene o male, di come possano addirittura cambiare il corso della nostra vita. 
Il peggior modo per distruggere il potere delle parole è il menefreghismo linguistico: si parla e si scrive superficialmente, a caso, a vanvera, senza dar loro il giusto peso, senza soppesare la loro importanza. 
Le parole, alla fine, sono come una sostanza esplosiva da maneggiare con cura: in un momento di disattenzione, possiamo rimetterci una parte importante di noi. 

N.H

Mi chiedono di avere rispetto per la morte! 

“Se e quando arriveranno dei clandestini dalle mie parti metterò del filo spinato carico di energia elettrica intorno al perimetro del territorio del mio comune per non farli entrare. Esattamente come si fa con i cinghiali, filo spinato con energia elettrica”.

“A Borghesia ci saranno una decina di gay, ma può darsi che siano aumentati. Fosse per me li schederei, visto che vogliono pubblicizzare il loro amore, segniamoli su un registro”. 

Mi chiedono di avere rispetto per la morte! Hanno ragione, tutto il bene ed il rispetto possibili, ci mancherebbe. Per il povero Buonanno auspico che si reincarni in un bellissimo bambino, sano e robusto e vivere la prossima vita il più a lungo possibile. Nel Darfur, a partire da adesso.
N.H