Mi chiedono di avere rispetto per la morte! 

“Se e quando arriveranno dei clandestini dalle mie parti metterò del filo spinato carico di energia elettrica intorno al perimetro del territorio del mio comune per non farli entrare. Esattamente come si fa con i cinghiali, filo spinato con energia elettrica”.

“A Borghesia ci saranno una decina di gay, ma può darsi che siano aumentati. Fosse per me li schederei, visto che vogliono pubblicizzare il loro amore, segniamoli su un registro”. 

Mi chiedono di avere rispetto per la morte! Hanno ragione, tutto il bene ed il rispetto possibili, ci mancherebbe. Per il povero Buonanno auspico che si reincarni in un bellissimo bambino, sano e robusto e vivere la prossima vita il più a lungo possibile. Nel Darfur, a partire da adesso.
N.H

Annunci

13 pensieri su “Mi chiedono di avere rispetto per la morte! 

    • Guardi Nello, io la falsa buonista non ci tengo proprio a farla. Lei, però, è libero di fare ciò che vuole.

      Condoglianze alla famiglia, ma spero che questo Dio in cui molta gente dice di credere gli presenterà il conto circa le cose che ha sempre detto, l’odio e la follia che ha predicato e tutto il resto.

      Null’altro d’aggiungere, niente bacetti o lacrimucce, ci sono milioni di persone che su questa terra muoiono per fame, guerra e malattie, se devo disperarmi preferisco disperarmi per loro non per uno xenofobo che voleva piazzare filo spinato elettrificato per folgorare altre persone.

      Non gli auguro di riposare in pace, come lui non si aspettava che riposassero in pace quelli “diversi”, quelli “contro” o quelli con la pelle diversa dalla sua.

      Buona giornata

  1. Pensavo di scrivere qualcosa su questa morte ma a me veniva qualcosa di molto scorretto, così ho desistito. Tu sei riuscita a rimanere leggera, nei limiti del corretto rispetto di una disgrazia, ma senza ipocrisie. Mi piace.

    • Ma ancora con ‘sta cosa del rispetto per la morte di uno che se avesse rispettato il codice della strada, nemmeno sarebbe morto? Ma sti grancazzi? E rispetto per la famiglia che ha falciato, ne abbiamo?

    • Esatto! Ma purtroppo, con alcune persone, anche un concetto così semplice ed ovvio, risulta essere difficile (per non dire impossibile) comprendere 😁… Pazienza.

      Buona giornata Massimo.

  2. Questo è il solo blog che leggo, sia pure saltuariamente e trovo che vale la pena leggerlo, soprattutto per l’assenza di ipocrisie.
    Non sempre lascio un commento ma stasera voglio inviarti un omaggio, per l’impegno con cui continui a scrivere brani interessanti.
    Frammenti o lettere dall’altro ieri.

    Ascoltavo Babak … color of rain

    Il colore della pioggia e piano, poco alla volta si mescolava al suono della chitarra, il rumore della pioggia…
    Ed era appena prima dell’altro ieri che avevo asciugato lacrime intrise di rimmel, con la punta delle dita e poi con le labbra e avevano il sapore del dolore e della rabbia e asciugarle era tutto quel che potevo fare.
    Piano, quegli occhi hanno smesso di piangere e sulle labbra è apparso un timido sorriso.
    Basta così poco, un nulla, mi chiedevo mentre uscivo e quelle labbra mi mandavano un piccolo bacio silenzioso.
    Basta così poco, a cancellare o lenire un dolore, un’angoscia che opprime il cuore?
    E non era cambiato nulla e tutto, era ancora esattamente come prima.
    E sono uscito, per restare solo e respirare il buio della notte nella piazza silenziosa.
    Serviva anche a me, un anestetico efficace da molto tempo, ma avevo imparato a liquefarmi per rinascere in un’altra forma, lasciando lì una parte di me.
    Ho vissuto giorni di sole e ho sentito la vita nel sangue come fuoco e ho contato i secondi che scandivano attimi di paradiso e poi altri dal sapore dell’inferno.
    A volte e troppo spesso, il mio orizzonte è stato un muro sormontato da cocci di bottiglia, e restavo lì attonito, cercando qualcosa nelle tasche, un ricordo, un talismano o un sortilegio capace di portarmi in volo via da lì.
    I pesci si sono addormentati molte volte tra le mie braccia, ma non li amerò mai.
    A volte, possiamo ingannare il destino e sognare altre vite a dispetto di tutto.
    Ho fantasticato di vivere come un gitano e avere la musica nel sangue, e spingere la mia carovana su per le montagne di Spagna e poi giù fino a Siviglia, fino a Cadice e più in là.
    La sera, un fiore tra i denti e per amico il coltello tra le mani, e intorno al fuoco, le chitarre e la libertà.
    Lisci e neri i miei capelli, e occhi somiglianti a una fiamma che accarezza la sua donna, mentre con le altre danza intorno al fuoco, ed è lei la più bella.
    Quante vite ho perduto?
    Quante emozioni non ho vissuto, per non averle credute possibili, e quante per non averle desiderate fino in fondo?
    In piccoli maiali rosa, la maga Circe, trasformò i marinai di Ulisse, che non sapevano osare e amare e odiare fino in fondo.
    Quante volte ho amato per farmi male, e quante soltanto per sentirmi vivere?
    A volte ho cercato il fuoco, qualcosa che riuscisse a bruciare tutto, e stordirmi fino a farmi perdere la memoria.

    Rivedo un quadro che ho appeso a una parete, ed è stato dipinto da Franco, un pittore napoletano.
    Tutto in china, e mi ricorda i capricci del Goya.
    Una donna nuda, immensa, seduta nel vuoto a braccia conserte, costringe lo sguardo a soffermarsi sul suo bacino e sulle sue gambe giunoniche.
    Una molletta tiene raccolti i capelli sul capo.
    Un’immagine opulenta e sordida insieme, che mi riportava alla mente, la terza amica.

    Intrecciati sulla testa, sono i capelli della terza
    e mai essi conobbero degli oli profumati la dolcezza.
    Difforme il suo viso, quando esprime la passione.
    Simile a quello di un suino è il corpo suo.
    Si direbbe sempre in collera,
    Sempre lei rampogna e borbotta.
    Odore di pesce esala seni e ventre.
    Sudicia è in tutta la persona.
    Di tutto mangia e copiosamente beve.
    Cisposi sono gli occhi incolori, e più ripugnante del
    nido dell’upupa è il suo letto e questa, io l’amo,
    e questa io l’amo perché più della bellezza c’è qualcosa
    di misteriosamente attirante: è il marcio.
    Il marcio, in cui risiede l’eterno calore della vita,
    in cui si elabora l’eterno rinnovamento delle metamorfosi!

    Ho tre amiche

    Dopo tanto tempo ho capito chi era.
    Poteva essere solo la madre, perché la zia aveva i capelli lunghi e i baffi.
    Era alto oltre due metri Franco, e viveva nella sola stanza del suo appartamento, in un basso di via Foria, a Napoli.
    Dormiva insieme alla zia e alla madre, nell’unico letto che avevano.
    Adesso possiede una villa bellissima a Foria d’Ischia, ereditata dall’amante tedesca che aveva oltre trent’anni più di lui.
    Una donna minuta e raffinata, molto colta e terribilmente sola, che lo aiutava economicamente e sponsorizzava le sue mostre che andavano regolarmente deserte, in cambio di un simulacro dell’amore.
    Franco non ha voluto spendere soldi per una sepoltura dignitosa, e l’ha fatta tumulare in terra nuda, ornata da qualche fiore spoglio, senza uno straccio di marmo, dicendo che conoscendola, era quel che avrebbe desiderato.
    In fondo al parco della villa si trova la dépendance, dove ho trascorso la notte, l’unica volta che sono andato da lui.
    Non ho dormito, perché continuavo a fumare e a osservare il grande quadro che occupava quasi tutto il pavimento dell’enorme stanza centrale.
    Che strane sensazioni in quell’ovattato silenzio della notte.
    Continuavo a rovistare in una montagna di vecchie tele, dipinte quando la miseria lo aggrediva ogni giorno, e sognava la gloria, e le montavo sul cavalletto per osservarle da prospettive diverse.
    Ho cercato quasi tutta la notte qualcosa che avesse un’anima, ma inutilmente.
    Studi, abbozzi, tentativi d’avanguardia, tutti i suoi sogni giacevano lì inutili e perduti per sempre. Tristi giocattoli di carta, dove persino il rosso era senza vita.
    Nulla d’interessante.
    Quello che avevo di suo, era l’unico con un’anima.
    Sembrava nato da un incubo costante, e questo doveva essere stato certamente per lui, vivere in quella casa, troppo a lungo stretto tra due donne, giorno e notte.
    Lo ricordavo un giovane sognatore di sinistra.
    Adesso era un posato e ricco uomo di destra e non mi piaceva, non lo vedrò mai più.
    Sogni.
    Carta straccia.

    La stanchezza non bastava a farmi restare oltre in quel luogo e ho lasciato un saluto su un foglietto, e sono uscito, e finalmente l’aria, la luce.
    Raramente ho visto l’alba nascere.
    Luce appena nascente, e da lì, potevo vedere le prime vele muoversi dal porticciolo e prendere il largo, sul mare ancora grigio.
    Respiravo a pieni polmoni l’aria salmastra, deliziosa e frizzante del mattino e ogni pena notturna svaniva insieme alla notte.
    L’ultima sigaretta in quel giardino, seduto sul bordo di uno splendido tavolo coperto da mosaici, ormai da molto tempo logorati e resi illeggibili, poi via da lì.
    Finalmente sono giù, nei vicoli del piccolo porto, per un rifornimento di sigarette, e un cappuccino e una graffa zuccheratissima.
    La vita riprendeva, con il sole, il mare e il brusio della folla che cominciava a riempire le stradine.
    Mi ripaga di quella notte fatta di ombre che gemevano al freddo, la traversata, in quel magnifico braccio di mare denso di storia.
    Capo Miseno, Procida, Monte di Procida, Baia, Bacoli, e Pozzuoli, quel che restava dell’antica Puteoli, scomparsa sotto il mare a causa del bradisismo.

    Quel mare era ondulato, come lo erano i miei pensieri, che si allontanavano da lì, per andare altrove.

    Hansel e Gretel nel bosco, fino alla meravigliosa casa in cioccolato, zucchero e canditi, trappola antropofaga, e ricordavo la mia delusione, quando la strega invece di farsi un succulento pasto con quelle due creature sventurate, muore lei tra le fiamme.

    L’incubo dell’animale totemico che fagocita il novizio, per poi rigurgitarlo a nuova vita e uomo, e così sottrarlo a un destino d’inferiorità, in un matriarcato crudele e improbabile.
    Era poi così vero, o solo frutto d’ipotesi il matriarcato?
    Da sempre le bocche fameliche hanno alimentato la mia immaginazione.

    Pensavo fosse l’ultimo anello della mia curiosità, lo Skiffer proibito, i suoi corridoi neri, le sue orrende maschere, e gli specchi che non rimandavano la tua immagine, insieme al suo groviglio di follie che lì dentro si perpetuavano, ma non era così.

    Dalla mia camera del Lingapur hotel potevo vedere il lago e l’altissima statua del Buddha che sembrava emergere dall’acqua e vigilare sulla città di Hyderabad che si stringeva tutt’intorno.
    Quella sera iniziava Divali, la grande festività dell’India e la città si accendeva di fiamme.
    Iniziavano le musiche e lo scoppio dei fuochi d’artificio.
    I traccianti illuminavano a giorno il lago con mille colori.
    Che groviglio di sensazioni, vivevano in me quella sera, mentre la festa cresceva e i clamori sembravano espandersi verso il cielo.
    Una trappola per i miei sensi inquieti, quella città che s’incendiava a dismisura e quel dio costruito dagli uomini.
    Mi domandavo se sarebbe stato meglio per me avere un cuore di pietra, identico a quello di quel dio sordo, costruito dagli uomini, a loro somiglianza.
    Ero preda di mille nostalgie, e mi piaceva così com’era il mio cuore, perché sapeva illuminarsi a giorno come quel lago spettacolare in quella magica notte indiana.
    Alcuni fotogrammi si sovrapponevano ad altri quella sera.
    Novgorod.
    Rari tranvai semivuoti che sferragliavano nella strada deserta, malamente illuminata dalla fioca luce dei lampioni sporchi.
    Pochi disperati che andavano da qualcuno, o fuggivano da quel qualcuno, a volte per sempre.
    Ciao, ciao, ciao… troppi ciao nella mia valigia, che mascheravano nascosti addii, e lacrime trattenute a fatica tra lunghe ciglia cariche di mascara.
    Era stata una magnifica serata e come tutte le cose avvincenti, era finita.
    Le mani sprofondate nelle tasche dell’impermeabile e una sigaretta spenta dal gelido vento della Siberia stretta tra i denti, mentre avevo ancora nelle orecchie la voce roca e sensuale di Pugacheva.
    Priviet, priviet, pacà, pacà…
    Ciao, quando arrivi e ciao, quando vai via.
    A nulla valeva stringermi nell’impermeabile, il gelo siberiano era dentro di me.
    In fondo al viale, la grande facciata grigia di quella che era stata la casa del popolo, e che ora era il mio hotel.
    Mille stanze uguali, tutte con un grande inutile Samovar.
    Nemmeno un nome da ricordare, anonimo il mio hotel… solo un indirizzo, via Kulibina Vuoscin.
    Mi chiedevo dov’ero e quale fosse esattamente il mio mondo e il senso del mio tempo, che rapidamente si bruciava.
    Un calcio a un barattolo vuoto, che vola via saltellando e il rumore sembra riempire smisuratamente il gelido silenzio della notte.
    Rabbiosamente ho riacceso la sigaretta, proteggendo la brace nella coppa delle mani.
    Così racchiusa, riusciva a sopravvivere al vento, e quel piccolo fuoco, lo sentivo riscaldarmi delicatamente le dita congelate.
    Che sia così anche il fuoco del cuore e quello dei sensi?
    Che abbia bisogno di essere accuratamente protetto per sopravvivere?
    Priviet, priviet, pacà, pacà…
    Ciao quando ci vediamo e ciao, quando ci lasciamo…
    Cercavo di sentirmi un animale a sangue freddo, ma un nodo inesorabile mi serrava la gola.
    Non sono un uomo incline alla malinconia, ora è qui alla mia porta, più tardi la manderò via.
    Vorrei adesso, qualcuno cui dire – Partiamo, tu ed io.
    Di buon mattino, un fiore all’orecchio e due bottiglie di buon vino nel paniere, mentre le vecchie ci spiano e c’invidiano, dietro le loro persiane chiuse… e poi mille sciocchezze, nel piccolo bosco dei nostri desideri.
    Il mare grigio, e la spiaggia deserta solo per noi due.
    Vorrei liberare i miei pensieri e il mio destino, in uno spazio senza sponde e lasciarli andare, liberi.
    enea

    • Ti ringrazio per le belle parole, l’interesse e il tempo dedicatomi! Fa sempre piacere e gratifica molto l’ego avere lettori che si riconoscono nella nostra linea e filosofia di pensiero, grazie ancora 🙏

  3. Sulla morte
    I mussulmani considerano la morte uno spartiacque che cancella bene e male in chi ha vissuto e on hanno tutti i torti..
    La distinzione è tra chi era e chi è adesso che è morto.
    Non è questo il punto ma, piuttosto l’ipocrisia di un bontà solo di facciata, valida fin quando gli interessi personali non vengono toccati.
    “Da qualche parte nel mondo impiccano un innocente ma, se cedi la tua auto, la tua casa, il tuo conto in banca, il tuo lavoro o la tua attività, verrà salvato e andrà via libero.”
    Se capitasse a te di poterlo salvare dando in cambio i tuoi averi, cosa faresti?
    Questo quesito lo ho sottoposto alcuni anni fa in una indagine tra giovani donne.
    Ebbene
    Tutte tranne una lascerebbero che lo impiccano e qualcuna era pronta a togliere lei la sedia, se la pagavano.
    Esperimento spinto al limite ma, ci fa comprendere i livelli più bassi.
    Oltre la bontà e la cattiveria, esiste il menefreghismo ammantato di buone parole, pronte a giudicare.
    Preferisco l’odio e l’amore a queste melense ambiguità.
    L’egoismo resta però indispensabile per vivere, almeno il sano egoismo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...