Antropologia criminale

Ho guardato in viso la signora che mi ha travolta per scendere prima di me dall’autobus alla stazione ferroviaria;

Ho scrutato in volto l’automobilista che, non rallentando alla pozza, mi ha infradiciata da capo a piedi passando;

Ho squadrato la faccia del signore che, per andare a prendere il giornale in edicola, ha parcheggiato il SUV di traverso sul marciapiede, bloccandolo;

Ho osservato l’espressione della donna che abita da sempre nello stesso palazzo ma quasi mai ricambia il mio saluto…

Ho esaminato le immagini di quelli che hanno fatto le barricate a Gorino per impedire l’accoglienza di 12 donne profughe…

E oh, ragazzi, sapete una cosa: è innegabile che Lombroso forse un po’ di ragione ce l’aveva.

 

N.H

Verità implicite 

La verità è che, nel bel Paese, ci sono molte Goro e Gorino. Un po’ più scaltre, forse, un po’ più accorte. Quel che ha turbato e disturbato sono quelle barricate che nessuno ha voluto sfondare, o la festa dei miserabili cittadini che avevano vinto la disgustosa battaglia. Quelli che tra un mese faranno il presepe. La verità è che fa male constatare, l’ennesima volta, ciò che ormai tutti noi sappiamo: “siamo troppo pochi rimasti umani in questo mondo che ha ucciso l’umanità”.

E dire che costoro a messa ci vanno e si commuovono ogni volta al racconto di Maria costretta a partorire in una stalla. Bene: la storia non ha insegnato e si ripete, esattamente come 2016 anni fa.

Vorrei guardarvi negli occhi uno a uno. Sarei curiosa di entrare nelle vostre case per scoprire quella miseria che lamentate e che vi fa urlare prima gli italiani. Sarei curiosa di vedervi intenti e attenti nel coltivare con convinzione quelle tradizioni che temete di perdere a causa “dell’invasione”.

No, forse no. Anzi, sicuramente è meglio di no, che non vi incontri mai, perché per vivere e sperare ho bisogno di mantenere la fiducia nell’umanità che al momento è già poca, non vorrei smarrirla del tutto.
P.S Comunque, io imporrei visita obbligata a Lagos e al Delta del Niger, se non altro per fare chiarezza sul fatto che Gorino è oggettivamente un posto – scusate il francesismo – di merda (terreno golenale da esondazione e sedimenti del PO dove scaricano i cessi di tutta la pianura padana) e che dire che i profughi avrebbero rovinato il turismo, è una violenza carnale al buon gusto.
N.H

Evoluzione culturale

Su Renzi potremmo dire e pensare mille malignità, ma se è a cena lì (dove lì si intende la Casa Bianca) è perché è stato invitato da Obama. Queste cose, a volte, succedono. Si chiamano “Visite di Stato Ufficiali” alle quali fanno seguito le “cene ufficiali”. Questa in questione è l’ultima della Presidenza Obama. Nel senso che Obama ha scelto l’Italia (perché Renzi – che piaccia o no – rappresenta l’Italia in quel contesto) come paese con il quale concludere il ciclo delle sue Visite di Stato ufficiali.
Orbene, bisogna dire che non è un impegno privato il fatto che il Premier sia negli States, e nemmeno una gita di piacere. Pertanto, le persone che sono con lui rappresentano la delegazione italiana, persone che hanno tutto il diritto di stare lì anche se per alcuni dovrebbero essere umili, visto che rappresentano l’eccellenza italiana.
Ora, insultare e sparare su quattro straordinarie donne: Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, Fabiola Gianotti, direttrice del Cern, Paola Antonelli, responsabile del dipartimento architettura e design del Moma, Beatrice Vio, campionessa mondiale parolimpica, solo perché sono con Renzi non è fare politica, è miseria morale e decadimento sociale.
Quattro guerriere che in questi giorni vengono pubblicamente e spudoramente insultate su certa stampa e sui social perché ree di aver rappresentato l’Italia alla cena di Obama. ognuna di loro simbolo di eccellenza umana. Tutto, ovviamente, nel nome della libertà e la democrazia.

 

Mitico, inimitabile “popolo della rete”… o forse siamo noi?

 

E anche questa è evoluzione culturale, eh.

 

N.H

http://www.nextquotidiano.it/gli-insulti-bebe-vio-la-cena-alla-casa-bianca/

Dario Fo

È un bel articolo (in realtà si tratta di una poesia) quello scritto sulla morte di Dario Fo, l’ho letto casualmente stamane sul quotidiano libanese Assafir.

Il 13 ottobre, questo quotidiano ha divulgato una notizia breve della morte del drammaturgo e il giorno seguente questo unico “articolo” di Dalia Qanso. Non ho potuto far a meno di paragonarlo al frastuono italiano.
Ho pensato quindi di condividerlo e tradurlo per voi:

Torna a casa … non c’è nessuna ragione all’erranza

Cuore mio
Cuore mio sii saldo
puoi giocare col fuoco…
ma sai che ne devi pagare il prezzo
Non farle sapere
Non farle sapere che l’ami
Non essere folle, non essere cieco
O mio cuore.

Cuore mio
torna a casa
non c’è nessuna ragione all’erranza
nessuna ragione al nomadismo
Lei non deve vedere
Non deve vedere che hai bisogno di lei
Non oltrepassare i limiti
O mio cuore

Cuore mio
Torna dove eri
Ti nuoce lasciarla entrare
Non deve sentire
Non deve sentire che la vuoi
Non deve sapere che è perfetta
Cuore mio
tu sai che non potrà mai essere vero
e che darebbe agli altri
l’amore che da te riceve
Non deve sapere
Non deve sapere
dove stai andando
Non sciogliere il legame
che lega
O mio cuore
Cuore mio fatto d’arguzie
Dai a te stesso un pollice e avrai un miglio
Non cadere
Non inciampare
Se non sei all’altezza del castigo
non commettere il delitto

O mio cuore
il giorno della mia morte
il giorno della mia morte
Nessuno pianga
L’unica cosa che voglio da te
quel giorno
è
che il mio corpo sia esposto sopra il tetto
di casa
Bene, bene, bene
affinché io muoia semplicemente
Gesù addobberà, Gesù addobberà
Gesù addobberà il letto della mia morte
Bene, accoglimi Gesù, accoglimi in mezzo all’aria
e se le mie ali mi dovessero tradire
mio Dio, mi farai incontrare un’altra fanciulla?
Bene, bene, bene, morirò comodamente

Mio Dio fai che nessuno pianga il giorno
della mia morte
Voglio che tu mi accolga lievemente
il giorno della mia morte
E’ tutto ciò che voglio da te.
Bene, bene, bene
Morirò agevolmente.

N.H

fo