Aforismi & Proverbi

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La differenza che c’è tra un aforisma e un proverbio è notevole nel suo contenuto e significato, perché mentre un proverbio è “l’insegnamento” nonché la sintesi di un comportamento o avvenimento che, statisticamente, tende ad una conclusione sempre identica, l’aforisma invece, nella stra-maggioranza  dei casi, non è altro che una frase estrapolata da un contesto molto più ampio nel quale ha il suo completo senso e, soprattutto, non ha un significato generalizzato ed universale come quello di un proverbio.
In termini di cultura e credibilità quindi, è indubbio che l’uso di un proverbio oltre ad essere lecito è anche coerente perché sempre contestualizzato. L’uso dell’aforisma è, invece, sovente stupido oltre che intellettualmente disonesto perché decontestualizzato ed usato per propria convenienza in contesti dove c’entra, quasi sempre, come i cavoli a merenda. Per dirla in breve, gli aforismi vengono quasi sempre usati a ca**o di cane perché, a differenza di quanto si fa spesso, se fossero inseriti come citazione, supporto e confronto nel più ampio contesto di un pensiero totalmente espresso non si ridurrebbero alla misera esibizione di un database di frasi fatte e secchionamente (!) memorizzate. Un database che, in quanto tale, ha parentela più con i cioccolatini che con la cultura.
N.H
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Democrazia oblige.

Nei secoli, ogni volta che la democrazia si è rivelata non all’altezza di sé stessa, il popolo esasperato ha cercato l’uomo forte, “il salvatore”, che puntualmente si è rivelato un carnefice.

La storia è tristemente piena di dittatori democraticamente eletti.

La democrazia non è perfetta, ma è indubbiamente una delle più belle invenzioni dell’umanità.

 

N.Hgrido-di-munch

Io, Daniel Black

Sono andata a vedere “Io, Daniel Blake” un film crudo, elementare, pulito, potente. Che afferra l’anima e la stringe. Che commuove e fa arrabbiare. Un vero bagno di umiltà. Fa riflettere, a me che ne sono ossessionata, che la storia antiutopica perfetta sia una storia qualunque. Di soprusi insensati, quotidiani, anonimi, burocratici, di routine; di mancanza completa di rispetto nel completo rispetto delle regole; di sconfitti da chi, ligio al dovere, si premura di applicarle sempre e comunque, come un algoritmo; di scarsa o nulla umanità; di zero empatia. E di sopraffazione, anche, a danno delle persone qualunque, dei buoni che navigano il mondo senza avere mai l’ardire di dire agli altri la mappa, indicare luoghi e vantarsene sulle reti sociali. Ho pianto per quasi tutto il film, mi ha semplicemente distrutto. A me, fortunata, arrogante, con il lusso di poterci riflettere a freddo, trarne una morale, pensare all’essere “storia” di quel terribile spaccato di realtà: viene rabbia, certo, ma anche una certa vergogna. Per come sono, per come siamo.

Questo è quello che c’è. Se hai gli occhi aperti, sei seduto “nel posto del Buddha”, e non è facile. Per niente. Però da quel posto si vedono anche i miracoli, quelli fatti da gente che ci tiene, e quelli che semplicemente accadono e… si possono fare cose davvero notevoli, in una vita.

“Il mio nome è Daniel Blake, sono un uomo, non un cane. E in quanto tale esigo i miei diritti. Esigo che mi trattiate con rispetto. Io, Daniel Blake, sono un cittadino, niente di più e niente di meno”.

 

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