Quanto è inutile scrivere quando sai che la gente ha smesso di leggere!

Sto cercando di scrivere una cosa che continuo a cancellare, non perché non abbia il coraggio delle mie parole, quello non mi è mai mancato, ma francamente lo dico: sono stanca e stufa di ricevere messaggi e e-mail insultanti, traboccanti offese e minacce astratte da chi ha deciso di farsi fottere l’ultimo neurone dalla propaganda nazifascioleghista.

Volevo scrivere che ho rilevato una cosa: più aumentano le notizie delle donne violentate – magari – dallo straniero, meno si parla della situazione dei migranti abbandonati alle armi della Libia. Più i giornali spazzatura inoculano il virus del terrore di camminare per strada, meno si parla delle aggressioni razziste che si ripetono, in questi nefasti giorni in Italia. Più si divulgano agghiaccianti accadimenti, che di nero ha solo la cronaca, meno attenzione si presta ai rigurgiti nazifascisti che ormai son diventati grandi e schifosissime vomitate.

Le associazioni umanitarie lasciano obbligati i mari dove le persone in fuga moriranno, il silenzio calerà sulle stragi a venire. Probabilmente non avremo più piccoli cadaveri di bimbi adagiati in riva al mare a far scuotere l’ultima coscienza sopita, e a quel punto – forse – le donne violentate torneranno ad essere centrali nel racconto della lordura abominevole dell’essere umano. Ma anche in quel caso, parlarne, non servirà certo a darsi le risposte giuste per sanare lo scempio.

Volevo sapere e chiedere se anche a qualcuno di voi capita di restare senza parole davanti a quelle di altri, lasciate andare con estrema superficialità a commento degli articoli di “giornale”, che sembrano essere scritti col solo intento di attirarle tutte a sé, che più ne vengono e meglio è. La pena di morte! In questi giorni l’ho letta così tante volte che, ogni volta mi svuotavo un po’. Così, per capire, son partita da Ilaria, che con veemenza commentava “il branco di Rimini” – che se proprio non lo si poteva mandare in Polonia (e non capiva nemmeno perché) allora si poteva sperare che venissero giustiziati da altri carcerati, nelle patrie galere.

Volevo scrivere a Ilaria che non è il colore della pelle a fare di un uomo un criminale. Ma è stato solo un attimo, il tempo necessario a due click per arrivare al suo profilo e vedere il suo bel faccino sorridente a lato della sua immagine di copertina. La scritta nera su sfondo grigio: “Stay Human – Restiamo Umani”.

Sto cercando di scrivere una cosa, in qualche modo l’ho fatto smettendo di cancellare. Ma quanto è inutile scrivere quando sai che la gente ha smesso di leggere?

N.H

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Le “minacce” del sig. D.S (sic!)

E niente, anche se non ne avrei voglia, scrivo. Pazienza l’esasperazione, al diavolo la stanchezza, ignoro l’ultima notte in bianco. Ma devo scrivere. Urge un bel chiarimento, un altro. Perché devo una risposta al Signor Dario S. che, scrivendomi un’e-mail, mi dà della “buonista del cazzo” e “amica dei terroristi” minacciando di smettere di leggermi e seguire il mio blog “togliendomi così il pane dalla tavola” (sic!) se non mi affretterò a prendere posizione “contro l’attentato di Madrid” (arisic!).

Dall’esasperazione non mi sono lasciata vincere, e dalla stanchezza ho trovato un po’ di forza, ma con l’afa e tutto il resto come vorrei continuare a star qua a oziare, a pensare alla parmigiana che vorrei fare per cena, a farmi la manicure, a giocare a scacchi…

Dario S. carissimo, l’ultimo attentato è stato a Barellona, anzi no. L’ultimo è stato a Turku, ma non si faccia sviare dal suono. Turku è in Finlandia. È successo due giorni fa, ma già non se ne parla più. Non fa notizia. Per i giornali c’era più roba a Barcellona, tanta roba. Ed è più appetibile per gli avvoltoi, tra sangue innocente e storie d’amore e di morte su cui ricamare. Le chiedo gentilmente il permesso di prendere posizione anche per l’attentato di Turku, quindi. Non si dispiaccia, è che da sempre ho detestato ogni gesto teso ad utilizzare il terrore come merce di scambio; il solito baratto con la nostra libertà.

Già che ci sono, nonostante l’esasperazione, il mal di testa, l’afa, i capogiri e il sonno che vorrei fare, in altri tempi le avrei chiesto di spiegarmi la relazione che intercorre tra l’accoglienza di povere anime a cui con le armi e le razzie l’Occidente nega la vita, e la nostra colpa morale per l’attentato di Barcellona. Ma i tempi son cambiati e io, onestamente, mi sono rotta letteralmente le scatole. Sì, non ne posso più.

Sono giunta alla conclusione che la colpa definitiva di tutto questo impoverimento culturale, sia l’eccesso di intelligenza. A colpi di tastiera tutti si sentono in diritto di esibire la propria, senza modestia e senza ritegno.

Nessuno ha voglia di sapere perché sa già tutto. E senza alcun pudore, si sventola con arroganza ogni forma di ignoranza.

Nel corso degli anni ho visto atei che si proclamavano comunisti difendendo le “origini cattoliche”, ho anche letto recentemente una convinta salutista vegana domandarsi perché non avrebbe dovuto servire del prosciutto al fidanzato della figlia, onnivoro ma musulmano. Ho letto le sue precise rimostranze sulla disparità di trattamento tra i poveri africani e i poveri italiani. Non leggo più domande sull’argomento, non ce ne sono più. Un po’ come se dicessi che i cattolici hanno tutti gli occhiali perché si sono masturbati in giovane età, per altro desiderando donne già sposate con altri uomini, e avessi la pretesta di far passare queste affermazioni intelligentissime, come se fossero un trattato di teologia.

Vorrei chiarire un passaggio: io sono agnostica, e quindi per me non vi è alcuna differenza tra persone che praticano religioni diverse. Le rispetto tutte in egual modo sperando di contro che anche il mio agnosticismo lo sia. Non penso ci siano degli Dei malvagi, ma sono certa che ci siano uomini malvagi. Non credo che la malvagità sia prerogativa di una particolare etnia, ma di tanta umanità.

Ora però, sarà per via dell’esasperazione, ma io non ho più voglia di discutere sull’ABC della vita. E soprattutto non ho più voglia di risponderle, Dario S. mio ex lettore. Si allontani di fretta dai miei scritti, lasci pure il mio blog e viva sereno, io non avrò mai nulla da dire su nessun attentato, semplicemente perché non penso di poter aggiungere nulla di utile né al dolore, né allo sdegno. Mi affiderò come sempre alla decenza del silenzio, dato che non ho Dei a cui rivolgermi, né vorrei trarre cibazione dal sangue altrui.

E a proposito, il pane in tavola non mi mancherà. Non le sembrerà vero, ma ho fatto in tempo a mettere al mondo tre figli che sono già bei grandi. Se un giorno non dovessi più riuscire a comprarlo, ci penseranno loro.

N.H

Il massacro dell’Umanità

Ho discusso ieri con un esponente PD, che in merito alla preoccupante dechiarazione della sindaca di Codigoro, sulla proposta di alzare le tasse a chi ospita rifugiati, aveva cercato di giustificare (!) con tono paternalistico l’ennesima caduta libera del suo partito.

A dir il vero non posso dire d’aver discusso; ho espresso sinteticamente il mio pensiero lasciando a lui la vittoria per abbandono. Che io con i cretini non ci voglio più perdere tempo.

Noi ridiamo; facciamo satira e ridiamo. Ma ridiamo per legittima difesa.

Quando il riso finisce resta il dovere di tornare seri, e spiegare con quel poco di voce che ci è rimasta che il fascismo non è più latente. È tornato nella sua forma peggiore con l’arroganza di un potere inetto e ignorante che non rispetta più nessuno, nemmeno il buon senso. Ed è umanamente massacrante assistere, totalmente impotenti, all’egemonia culturale di destrsinistrcentro imporsi incontrastata sul tema migranti.

Prevale l’odio, l’ostilità, la paura, l’intolleranza, i porti chiusi, i numeri chiusi, i muri, i militari ai confini, l’idea delirante di aiutarli nemmeno più “a casa loro”, ma sulle barche loro lasciando che la morte li raggiunga. E soprattutto prevale quel “loro” contrapposto a un “noi” che è un’invenzione, che è già intrinsecamente razzista, disumanizzante, incapace di empatia come questa era in cui i lutti e i traguardi si celebrano in tempo reale, si condividono in prima pagina ma, temo, si vivono sempre meno, perché sempre meno si riconosce l’umanità dell’altro, di chi scompare o trionfa; e ne resta un’immagine, una foto simbolo, un tweet sagace, una polemica televisiva, uno slogan pubblicitario, un marketing dell’umanità che rivolta lo stomaco con tanto di conati.

Non è solo l’autoritarismo che ritorna nei volti osceni di Trump, Erdogan, Putin o Maduro, nelle loro minacce che sempre più sembrano quotidianità, nella loro intolleranza fatta sistema. E non è nemmeno il conservatorismo sempre più bieco delle destre Occidentali. È anche, forse soprattutto, l’incapacità di immaginazione, slancio e visione delle sinistre, dei “progressisti” che parlano proprio come loro, quelli che dovrebbero stare dall’altra parte e sì, dovremmo – e scusate il “noi” – combattere come si combatte un avversario e un nemico; altro che la “post-ideologia” del volemose bene, del dialogo a ogni costo.

Quando un rappresentante dello Stato e delle Istituzioni ha il coraggio arrogante di dichiarare il suo nazismo con assurda spavalderia, dovrebbe essere costretto alle dimissioni dai vertici del partito a cui appartiene. Dovrebbero essere le istituzioni a correggere loro stesse, a recuperare credibilità, a chiedere scusa alla popolazione che rappresentano. Ma è utopia, lo capisco da me. Perché il risultato è questo: ognuno si fa i cazzi suoi, per un pugno di elettori nel giardino di casa propria. Lo dico con la pena nel cuore e nel cervello, ma a questo punto meglio il multiculturalismo di uno Zuckerberg o qualsiasi altra piattaforma sociale. Meglio quello di un’Europa incapace di qualunque cooperazione umanitaria reale, che sfondi una pagina di comunicato stampa. Meglio il dominio dell’algoritmo che un mondo fatto di uomini altrettanto macchine – e chissà se una qualunque intelligenza artificiale, per quanto scema, farebbe morire tutti gli esseri umani che sono morti e continuano a morire, in questi mesi e anni, per mancanza di intelligenza naturale.  

A noi forse è meglio che resti la voglia di ridere, di allargare le braccia, di farsele cadere perché non c’è il tanto nemmeno per combattere seriamente. Perché ormai è inutile ricordare che è esistito solo un modo per combattere e vincere il fascismo, e chi se lo ricorda perché l’ha vissuto o solo studiato seriamente quando i libri di storia avevano ancora un’utilità, è troppo vecchio o male in arnese.
Possiamo esigere, anche ridendo in faccia a questi ignoranti rimbecilliti dal potere, che stiano zitti o che tornino ad una parvenza di serietà. Perché un conto è l’imbecille che scrive sui Social Network o chiacchiera a vanvera al tavolino di un bar, un altro è quando a palesare la sua stupidità è un rappresentante delle istituzioni. Ma anche questo è difficile da spiegare ormai, quando i “supporters” di questo o quel babbeo, anziché porsi una domanda e darsi una risposta, ti apostrofa con “stai sempre a far le pulci per un errore di italiano, o per un lapsus”.
Eh no, non è così riduttivo! Se a voi sta bene Napoleone ad Aushwitz , le mamme fattrici dell’italica razza, l’alternanza scuola lavoro, l’abrogazione del reato di apologia di fascismo perché liberticida (sic!) e tutte le altre porcherie dette o approvate negli ultimi anni (tengo fuori il sessismo e il razzismo per non ammorbare nessuno) preparatevi al futuro, perché sarà qualcosa che surclasserà il peggio che stiamo vivendo. E già oggi trovo assai più autorevole il mio fruttivendolo di questa manica di imbecilli fatti fascisti solo dalla loro miserabile sete di potere. La politica è altro. La politica dovrebbe essere a nostro servizio, e non il contrario.

 

N.H

 

Ius soli. 

Avrei una domanda (a mo’ di retorica, giusto per restare in tema) per tutti gli italiani (razzisti, xenofobi, ignoranti e poco informati) che da giorni vomitano veleno dal basso delle loro tastiere, contro la riforma del decreto sulla cittadinanza: “vi siete presi il tempo (3 minuti sono) della vostra miserabile esistenza, per leggerlo?”Faccio questa domanda perché non trovo altra spiegazione plausibile alle vostre stupide razziste e ignoranti dichiarazioni/reazioni. E la cosa ancor più tragica è che a giudicare dalle prese di posizione di certi deputati della Repubblica italiana, e anche qualche ministro, è legittimo pensare che non l’abbiano fatto nemmeno loro.

Per quanto mi riguarda, ho deciso di considerarmi culturalmente e mentalmente “anziana”, ed arrogarmi il diritto che solo un anziano può avere: “Sfancularvi” tutti, rompendo tutti i freni inibitori, scordando qualunque forma di educazione e cortesia, mettendo da parte qualunque formalismo. Perché temo che a furia di coniare neologismi divertenti o eleganti come “analfabeta funzionale”, o “leone da tastiera” molti non siano più nemmeno in grado di percepire il giusto insulto: coglioni!

Non vi farò il favore di riassumervi il decreto legge in discussione, perché pure questo è sbagliato. Dovete impegnarvi, dovete imparare a parlare dopo aver appreso l’argomento, dopo averlo letto oltre il titolo. Dovete recuperare quel minimo di dignità che potrà impedirvi figure di merda colossali.

Tu, ministro di questa Repubblica in disfacimento, che scrivi di non volere “trasformare l’Italia in una sala parto dove basterà fermarsi 24 ore per partorire un italiano”, dovresti essere licenziato all’istante per giusta causa, perché se non sai di cosa stai parlando, vuol dire che il pane che ti ingrassa te lo stai rubando; se invece menti spudoratamente, fregandotene di apparire un cretino, perché tanto è solo per colpa di altri cretini che stai seduto comodo a “fancazzo” da mane a sera, dovresti essere almeno condannato ai lavori forzati. Perché sei deleterio. Sei una sorta d’arma impropria che mina la già labile mente di chi non sa più né leggere, né scrivere.

Ho deciso che non voglio e non posso più fare finta che sia normale, che chi sbatte sui social le logiche deduzioni del piano Kalergi sulla sostituzione della razza, insinuando sfumature “sciechimichiste” e “rettiliane”, con qualche piroetta “antivaccinista” debba essere trattato con gentilezza ed educazione, mentre parla a vanvera di una legge che in fondo, la civiltà, la rasenta appena. Ho imparato tempo fa che le parole sono importanti, e per arrivare là dove hai deciso di inviarle, esse debbano essere semplici e leggere.

Ecco, leggete! E se non capite, chiedete, chiedete e informatevi cazzo, non costa niente. Vi assicuro che accade una cosa bellissima quando si scopre di non sapere: si ha voglia di imparare. Imparare è gratificazione, è ricchezza, è crescita. Ogni cosa in più che impari è un pezzetto di libertà in più conquistata; anche quella di poter gridare: “Ma quanto sei coglione?”
Con affetto,
N.H

Cambiare visuale

È importante saper cogliere i segnali.

È importante cambiare visuale.

Guardare il mondo stesa sull’asfalto ti cambia davvero un paio di prospettive. L’urto contro l’auto è stato lieve e minimo, ma mi ha fatto perdere l’equilibrio e poi la bicicletta, questa mia cara appena battezzata, non ha airbag che si gonfiano o ali che si spiegano e quindi il volo sull’asfalto è stato una conseguenza inevitabile. Ma dall’asfalto è arrivata la risposta chiara, netta e esplicita: nulla aveva più importanza se non riuscire ad alzarmi, respirare e camminare…

Una mano maschile si è allungata e mi ha aiutato a rialzarmi e rimettimi in piedi e non so che faccia avesse, ché la paura mi offuscava la vista e la testa e non capivo se non che riuscivo ad alzarmi e a camminare, tutta storta e dolorante, ma camminavo. Esplosione di gioiasollievo e non m’importava dell’imbecille che mi aveva tagliato la strada e nemmeno di tutti i dolori che sentivo. Camminavo. Pensavo. Ragionavo. Vedevo. Parlavo. Il mondo era ancora là fermo, uguale a come era prima.

È importante cambiare la visuale.

Avrei potuto sbattere la testa sul bordo del marciapiede, che era a pochi centimetri da dove sono caduta. Avrei potuto rompermi qualche osso. Avrei potuto rimanere immobilizzata. Avrei potuto morire. Peggio ancora. Avrei potuto andare in coma.
È importante cambiare la visuale.

Ghiaccio su spalla/gomito/ginocchio e che cazzo vuoi che sia? Va bene, sorrido, rido e ringrazio.
Nelle lunghe ore passate al pronto soccorso ho continuato ad essere felice e tranquilla, anche quando mi girava la testa e il mio acufene ai massimi storici che mi sembrava di essere su una nave con il mare forza venti. E sono uscita a chiamare per tranquillizzare i pargoli e c’era una luna piena talmente grande e nitida che sembrava appesa nel cielo solo per me ed è stato come si sciogliesse quel grumo che mi portavo dentro da troppo tempo ormai, fatto di tante scorie inutili e sporche. La luna limpida nel cielo di una primavera che sa di trasformazioni e l’odore forte del cambiamento e dentro di me un caldo sentimento di pace.
È importante cambiare la visuale.

Mentre ancora parlavo con i vigili dell’imbecille che ha causato il tutto, è arrivato il figlio piccolo, con il volto duro e contratto, pronto a battersi come una belva per me. E poi è arrivata anche F. e mi sono rimasti vicini per tutte quelle stanche e lunghe ore vuote di attesa al pronto soccorso. A farmi ridere, a chiacchierare, a farmi sentire protetta e difesa, a darmi affetto a palate, ad essere con me. Che è importante. Che è stato importante, perché ha rimesso a posto qualche equilibrio. Il sentimento. L’affetto. La protezione. La responsabilità.
È importante cambiare la visuale.

N.H

Prendiamola con filosofia 

“Senza provare turbamento vedrà il suolo spalancarsi, rotti i legami che lo tengono unito, anche quando venissero allo scoperto i regni stessi degli inferi. Si ergerà intrepido sull’orlo di quell’abisso, e forse da solo si precipiterà dove in ogni caso è destinato a cadere. Che cosa m’importa della grandiosità di ciò che mi uccide? La morte, di per sé, non è gran cosa”.

Seneca, “De Providentia”

Da sempre, gli stoici così, mi sono apparsi come esseri a sé stanti, in perenne contraddizione/oscillazione tra crudeltà e eroismo mentale; tuttavia non posso non ammettere un moto di ammirazione per loro, con buona pace di certe boutade che mi lasciano un po’ perplessa. Ad esempio: l’insegnamento senechiano, nel rimarcare l’imperturbabilità del saggio dinanzi alla morte propria e altrui – per non parlare delle sue considerazioni sul suicidio – , afferma che questi ha compiuto un percorso di distacco tale dalla vita da non provare compassione per alcun individuo sofferente, foss’anche qualcuno a lui prossimo. Questo perché il sapiente pensa che il dolore è condizione propria dell’uomo quindi parte integrante del suo vissuto e di conseguenza non vi è motivo per esserne turbati.

Ebbene, sono sempre più persuasa che il disprezzo per l’umana fragilità è ben lungi dall’essere segno di saggezza o qualsivoglia forma di raziocinio.

È nelle avversità che l’uomo misura se stesso e, così facendo, riesce a comprendere appieno il valore – enorme – nascosto nella propria interiorità. Le avversità costituiscono un banco di prova che, pur infliggendo dolore, rallegra alfine con le gioie del superamento, della vittoria, della riuscita.

Parallelamente, c’è lui, il barone di Coubertin, egli, nel ribadire l’importanza della lotta interiore, insegna: “L’important dans la vie, ce n’est point le triomphe, mais le combat. L’essentiel n’est pas d’avoir vaincu, mais de s’être bien battu.” (Riporto in lingua originale per non stravolgere il senso nella traduzione).

Ecco, forse questa interpretazione del senso della vita potrebbe in qual modo far vacillare anche il più saggio degli stoici. Sempre che lo stoicismo sia accomunabile alla saggezza e che disinteressarsi del destino proprio o altrui non sia in realtà un espediente per chiamarsi fuori dai giochi. Come se questo fosse possibile.

Un certo parallelismo con quel nirvana così difficile da raggiungere ma che non è paradiso, non è morte e, per me, non è nemmeno vita.

N.H

Confessioni di una disadattata.

Gli schiaffoni della realtà mi fanno un gran bene. No, non sono autolesionista. Oddio! Non che il terrificante mal di testa che mi attanaglia un giorno sì e un giorno sì possa definirsi il miglior sistema per fare il punto su me stessa, però è successo e ben vengano anche questi giorni in cui il male fisico fa tornare tutta l’attenzione al mio interiore. Dopo, quando passa, è come una resurrezione. Una vita diversa che voglio vedere diversa perché dentro di me qualcosa si è modificato e non parlo della flora intestinale che anche quella ha la sua importanza.
È come se durante tutti questi anni in cui ho cercato sogni impossibili tra ricordi e rimpianti, tra rabbie e rancori, fossero solo un tributo dovuto alla conoscenza. Non alla conoscenza assoluta – ammesso che ce ne sia una – che quella l’avrò mai, nemmeno quando la Nera Signora mi verrà a cercare e mi porterà via con Lei, ma alla conoscenza di un altro pezzo di me.

Una cosa è certa e non me ne voglia chi continua a ripetermi il contrario.

Non voglio più nulla di quello che è stato il mio passato. E nemmeno rivivere situazioni che ricordano o/e mi riportano quel passato.

Lui, il passato, resta dietro di me come l’ombra lunga della sera. Accompagna i passi e non si stacca dai miei piedi. Dà il colore esatto alla luce del giorno ed al buio della notte. È lì, fermo dietro, dietro, di me, non mi sorpassa, non diventa miraggio di un futuro non ipotizzabile e nemmeno si presta ad essere alibi per le mie apatie.
Oltre alle tante cose belle che tengo preziose e magnifiche, nel passato c’è stata menzogna e ipocrisia, promesse infrante, perbenismo di facciata e falsità, opportunismo e compromessi per il quieto vivere, alleanze di pseudo-verità e ancora adesso che ne scrivo non so capire come ho fatto a permettere e tollerare la sporcizia e la schifezza che mi tiravo addosso per ritrovare il mio amor proprio sotto lo zerbino della porta di casa con il sudiciume di coloro che si erano ripuliti le loro scarpe sporche prima di entrare, quasi a voler apparire migliori e di bell’aspetto e non parlo solo di un tempo lontano.

Razionalizzando, penso al contorcersi, alla gastrite, al somatizzare, al pretendere, al chiedersi, all’ingannare. All’ingannarsi. Penso alla nebbia negli occhi, nella testa, nell’anima. Alla ragione che non trova ragione e ostinata sfugge, al maledetto istinto che prevale, all’impulso nel sangue, che scorre bollente nelle vene, che arriva al cervello.
Penso al non capirsi, al non trovare le parole per spiegare, al dialogo impossibile, alle strategie di comunicazione, all’egoismo, al trabocchetto, ai dettagli travisati, alle parole inventate. Alle prove e alle controprove, mai provate.

Non voglio più nulla di tutto questo.

Voglio camminare con gli occhi ben spalancati e la bocca che non tace, il pensiero netto e preciso su quello che, con fatica e dedizione, sto costruendo. La certezza, anche se non ne ho mai avuta una, di poter pensare e dire: decido io, sono padrona della mia vita. Sentirmi sempre come all’inizio di un nuovo anno scolastico, quando andavo a scuola dopo tre mesi di vacanza che, pur essendo stati bellissimi, comunque mi lasciavano con l’aspettativa ansiosa di quello che sarebbe stato.

E lucida, penso all’empatia, alla capacità di mettersi nei panni altrui. Di comprendere le motivazioni, le ansie, le angosce. Le paure, il dolore. Penso alla capacità di piangere e ridere con gli altri. Negli altri. Per gli altri. Penso alla sensibilità.

Penso all’idea di non puntare il dito. Ricordandomi sempre che siamo i primi a sbagliare, i primi ad essere opportunisti, i primi a collezionare errori, uno dopo l’altro, pensando ai nostri interessi. Siamo i primi a essere un po’ puliti e un po’ sporchi. Un po’ bravi e un po’ stronzi. Un po’ chiari e un po’ oscuri.
Penso al restare umani.

Penso alla capacità di comprendere il peso delle cose, il grado di importanza, il senso della situazione, le condizioni, l’insieme degli elementi. Penso al saper guardare un quadro senza fissare o concentrarsi su un solo, inutile, dettaglio. Penso alla facoltà di assumere una scala di valori che indichi e renda tutto relativo, mai assoluto, come giusto che sia.
Penso alla straordinaria capacità di cogliere.

Penso che basterebbe poco.

Ed è in questa parte del mio pensare dove mi restano i pilastri a cui ancorare la ricerca di questa nuova ipotesi di vita. Sempre gli stessi e che non potrebbe essere altrimenti.

Sono fortunata, lo so, e non posso e non voglio sprecare questo privilegio che la sorte mi ha di nuovo destinato per lo stupido rigurgito di una sfida che ho voluto tenere alta con un accanimento terapeutico che è più simile all’ossessione che non al sentimento.

E niente, resto in cerca di coniugare allegrezza e rabbia, serenità e paura, di certezza e dubbio per farne la colonna sonora della mia vita.

N. H

Orologi di Dalì

“A completamento della cena avevamo mangiato un camembert molto forte e, dopo che tutti se ne furono andati, rimasi ancora a lungo a tavola, a meditare sul problema filosofico dell’ipermollezza posto da quel formaggio.”Così Salvador Dalì spiega i suoi orologi cadenti e molli, simboli della soggettività del tempo.

Sia quel che sia, al netto di speculazioni filosofiche e quantistiche, ciascuno di noi saprà cos’è stato il suo tempo quando sarà troppo tardi.
N.H

Solo l’ira dei giusti ci salverà

Martin Luther King parlava dell’assordante silenzio degli onesti.

Non si può lasciare il politicamente scorretto nelle mani di queste destre xenofobe, razziste, ignoranti, cialtrone, fasciste. È giunto il tempo che la ragione e il buon senso alzino la voce, e lo facciano in modo politicamente e inevitabilmente scorretto. Altro che decaloghi e galatei: è ora di mettere fine a questo decadimento morale, civile e polito. Reagire con la stessa schiettezza con cui le destre attaccano i principi su cui nasce la pacifica convivenza civile.

Hai un amico razzista? Bloccalo, cancellane il numero di telefono, isolalo, dì a tutti quelli che conosci che è un razzista fascista xenofobo ed è meglio perderlo che trovarlo. Ne hai assunto uno? Licenzialo. Ne senti parlare uno al bar? Ricordagli che l’apologia del fascismo è un reato, chiama le forze dell’ordine e pretendi il rispetto dello Stato di diritto.

Salvini ti fa incazzare? Ignoralo, ripeterne le stronzate non serve ad altro che fare il suo gioco (che poi, se ci pensate, è quello di Trump: spararla sempre più grossa per avere attenzione mediatica).

Questo è un gioco che finisce male, se lo si affronta con le armi del moralismo e della “politica gentile”. Qui bisogna alzare un muro. Andare in piazza. Fare contropropaganda. Opporre fatti a demenza. Attivarsi tutti, ciascuno come può.

Non è Salvini il problema: è che stanno vincendo gli ignoranti, i buzzurri, i cialtroni, i razzisti, in Italia e fuori. Indignarsi non basta più: serve una rivolta dei giusti. E serve subito.

Sia Chiaro, la mia è prima di tutto una idea politica: non si può lasciare il politicamente scorretto come arma di consenso a una sola parte, quella fascista. La seconda è una risposta di alto livello: fornire strumenti di pensiero critico e una alternativa ideologica che dia un sostegno alle masse di disperati che cascano in questo liquame della storia. La terza è protestare, con tutte le armi che consente la democrazia. La quarta è dissociarsi dai consorzi umani connotati a quel modo. La quinta è condannarli e pretendere li condanni anche la legge. La sesta è, se serve, lo scontro.

 

N.H

Dateci il tempo di laica umanità 

E quindi Dj Fabo è morto, finalmente, come voleva. No, scusate, fatemi capire: perché uno “vuole” morire? Nessuno “vuole” morire, o per lo meno, nessun sano e vegeto sceglierebbe di morire, ho dubbi perfino su qualche suicida. Ma alcuni di noi sanno che stanno morendo e ciò che li terrorizza è il tempo che resta. Avete mai provato a pensarvi per, diciamo, un’ora senza veder nulla, nel buio totale, senza poter parlare pur sentendo e capendo tutto, senza poter muovere una mano o anche solo un dito. Ecco, così stava lui, per ventiquattro ore al giorno. 
Si sa. Il tempo è relativo. Non è mai uguale per tutti. Il minuto di Fabo è una tortura, il mio un sorso d’acqua. Per questo lui aveva “chiesto” di morire.
Faccio fatica a capire le invocazioni al “silenzio” e al “rispetto”. Penso e credo che i morti non sentono, se ne fregano del rispetto, sono “altro” (da qui l’insanabilità del dolore di chi resta). 

La morte è un “non qua” così definitivo e completo che non si può decentemente pensare che vi arrivino parole o gesti. Noi, invece, come non mai abbiamo bisogno di una parola, di un senso a ciò che vediamo e viviamo.

Da quando esiste l’umanità non ci siamo domandati se sia giusto fare con la morte ciò che facciamo fino ad oggi – una battaglia di Berlino con la malattia, fino all’ultimo colpo -, pur sapendo di aver perso. Oggi c’è che ci chiede di pensare se sia arrivato il tempo di concedere ad ognuno di noi il potere di dire basta e deporre l’arma.

Coloro che si oppongono all’autodecisione hanno paura del nazista domestico di turno. Diventeremmo tutti aguzzini di noi stessi o terminatori della vecchia nonna. 
Trattiamo la vita e la morte come se fosse una faccenda di regole all’italiana, tanto poi ognuno fa il cavolo che vuole. Come per una licenza edilizia. Se legalizziamo, è l’anarchia. Scemi.
La nascita come la morte sono le due parentesi che ci tengono dentro il segmento di luce della vita. Sappiamo bene che dopo c’è il nulla assoluto. Lo sappiamo nel nostro profondo, ognuno di noi lo sa, perfino chi, come me, pensa di poter riabbracciare mamma e papà. E quel nulla lo prendiamo tutti maledettamente sul serio. Continuiamo a non voler sapere. Non vogliamo sapere che cos’è vivere attaccati alle macchine. Così come non vogliamo sapere che cos’è la fase finale di un cancro: il corpo che letteralmente esplode, il sangue da ogni orifizio e fessura, il dolore indomabile, l’indecenza della malattia, la sua degradazione. 
Balliamo questa danza del non sapere da quando esitiamo sulla terra. Da un milione di anni, ci copriamo gli occhi col non detto.

Poi arrivano un Coscioni, un Welby, un Fabo e ci dicono che coprire non si può più perché non è giusto, non è umano, chiedere ai più sfortunati il martirio. 
Non tutti moriamo allo stesso modo. Un cuore che si ferma non è un cancro, un incidente non è la SLA. Esistono i più sfortunati, ci sono quelli ai quali “va male”. La disuguaglianza è “naturale”. Perciò chiediamo di poter dare a tutti il diritto di dire basta, perché possano usarlo i meno fortunati. Questa è l’ uguaglianza. Poter dire basta, finisce qui, fosse pure perché sento di aver vissuto troppo e non voglio che qualcuno si occupi della mia merda che non riesco più a trattenere. 

È giunto il tempo di laica umanità. Dateci il diritto di morire con dignità. Dateci la parola “fine”. 
N.H