Cambiare visuale

È importante saper cogliere i segnali.

È importante cambiare visuale.

Guardare il mondo stesa sull’asfalto ti cambia davvero un paio di prospettive. L’urto contro l’auto è stato lieve e minimo, ma mi ha fatto perdere l’equilibrio e poi la bicicletta, questa mia cara appena battezzata, non ha airbag che si gonfiano o ali che si spiegano e quindi il volo sull’asfalto è stato una conseguenza inevitabile. Ma dall’asfalto è arrivata la risposta chiara, netta e esplicita: nulla aveva più importanza se non riuscire ad alzarmi, respirare e camminare…

Una mano maschile si è allungata e mi ha aiutato a rialzarmi e rimettimi in piedi e non so che faccia avesse, ché la paura mi offuscava la vista e la testa e non capivo se non che riuscivo ad alzarmi e a camminare, tutta storta e dolorante, ma camminavo. Esplosione di gioiasollievo e non m’importava dell’imbecille che mi aveva tagliato la strada e nemmeno di tutti i dolori che sentivo. Camminavo. Pensavo. Ragionavo. Vedevo. Parlavo. Il mondo era ancora là fermo, uguale a come era prima.

È importante cambiare la visuale.

Avrei potuto sbattere la testa sul bordo del marciapiede, che era a pochi centimetri da dove sono caduta. Avrei potuto rompermi qualche osso. Avrei potuto rimanere immobilizzata. Avrei potuto morire. Peggio ancora. Avrei potuto andare in coma.
È importante cambiare la visuale.

Ghiaccio su spalla/gomito/ginocchio e che cazzo vuoi che sia? Va bene, sorrido, rido e ringrazio.
Nelle lunghe ore passate al pronto soccorso ho continuato ad essere felice e tranquilla, anche quando mi girava la testa e il mio acufene ai massimi storici che mi sembrava di essere su una nave con il mare forza venti. E sono uscita a chiamare per tranquillizzare i pargoli e c’era una luna piena talmente grande e nitida che sembrava appesa nel cielo solo per me ed è stato come si sciogliesse quel grumo che mi portavo dentro da troppo tempo ormai, fatto di tante scorie inutili e sporche. La luna limpida nel cielo di una primavera che sa di trasformazioni e l’odore forte del cambiamento e dentro di me un caldo sentimento di pace.
È importante cambiare la visuale.

Mentre ancora parlavo con i vigili dell’imbecille che ha causato il tutto, è arrivato il figlio piccolo, con il volto duro e contratto, pronto a battersi come una belva per me. E poi è arrivata anche F. e mi sono rimasti vicini per tutte quelle stanche e lunghe ore vuote di attesa al pronto soccorso. A farmi ridere, a chiacchierare, a farmi sentire protetta e difesa, a darmi affetto a palate, ad essere con me. Che è importante. Che è stato importante, perché ha rimesso a posto qualche equilibrio. Il sentimento. L’affetto. La protezione. La responsabilità.
È importante cambiare la visuale.

N.H

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Confessioni di una disadattata.

Gli schiaffoni della realtà mi fanno un gran bene. No, non sono autolesionista. Oddio! Non che il terrificante mal di testa che mi attanaglia un giorno sì e un giorno sì possa definirsi il miglior sistema per fare il punto su me stessa, però è successo e ben vengano anche questi giorni in cui il male fisico fa tornare tutta l’attenzione al mio interiore. Dopo, quando passa, è come una resurrezione. Una vita diversa che voglio vedere diversa perché dentro di me qualcosa si è modificato e non parlo della flora intestinale che anche quella ha la sua importanza.
È come se durante tutti questi anni in cui ho cercato sogni impossibili tra ricordi e rimpianti, tra rabbie e rancori, fossero solo un tributo dovuto alla conoscenza. Non alla conoscenza assoluta – ammesso che ce ne sia una – che quella l’avrò mai, nemmeno quando la Nera Signora mi verrà a cercare e mi porterà via con Lei, ma alla conoscenza di un altro pezzo di me.

Una cosa è certa e non me ne voglia chi continua a ripetermi il contrario.

Non voglio più nulla di quello che è stato il mio passato. E nemmeno rivivere situazioni che ricordano o/e mi riportano quel passato.

Lui, il passato, resta dietro di me come l’ombra lunga della sera. Accompagna i passi e non si stacca dai miei piedi. Dà il colore esatto alla luce del giorno ed al buio della notte. È lì, fermo dietro, dietro, di me, non mi sorpassa, non diventa miraggio di un futuro non ipotizzabile e nemmeno si presta ad essere alibi per le mie apatie.
Oltre alle tante cose belle che tengo preziose e magnifiche, nel passato c’è stata menzogna e ipocrisia, promesse infrante, perbenismo di facciata e falsità, opportunismo e compromessi per il quieto vivere, alleanze di pseudo-verità e ancora adesso che ne scrivo non so capire come ho fatto a permettere e tollerare la sporcizia e la schifezza che mi tiravo addosso per ritrovare il mio amor proprio sotto lo zerbino della porta di casa con il sudiciume di coloro che si erano ripuliti le loro scarpe sporche prima di entrare, quasi a voler apparire migliori e di bell’aspetto e non parlo solo di un tempo lontano.

Razionalizzando, penso al contorcersi, alla gastrite, al somatizzare, al pretendere, al chiedersi, all’ingannare. All’ingannarsi. Penso alla nebbia negli occhi, nella testa, nell’anima. Alla ragione che non trova ragione e ostinata sfugge, al maledetto istinto che prevale, all’impulso nel sangue, che scorre bollente nelle vene, che arriva al cervello.
Penso al non capirsi, al non trovare le parole per spiegare, al dialogo impossibile, alle strategie di comunicazione, all’egoismo, al trabocchetto, ai dettagli travisati, alle parole inventate. Alle prove e alle controprove, mai provate.

Non voglio più nulla di tutto questo.

Voglio camminare con gli occhi ben spalancati e la bocca che non tace, il pensiero netto e preciso su quello che, con fatica e dedizione, sto costruendo. La certezza, anche se non ne ho mai avuta una, di poter pensare e dire: decido io, sono padrona della mia vita. Sentirmi sempre come all’inizio di un nuovo anno scolastico, quando andavo a scuola dopo tre mesi di vacanza che, pur essendo stati bellissimi, comunque mi lasciavano con l’aspettativa ansiosa di quello che sarebbe stato.

E lucida, penso all’empatia, alla capacità di mettersi nei panni altrui. Di comprendere le motivazioni, le ansie, le angosce. Le paure, il dolore. Penso alla capacità di piangere e ridere con gli altri. Negli altri. Per gli altri. Penso alla sensibilità.

Penso all’idea di non puntare il dito. Ricordandomi sempre che siamo i primi a sbagliare, i primi ad essere opportunisti, i primi a collezionare errori, uno dopo l’altro, pensando ai nostri interessi. Siamo i primi a essere un po’ puliti e un po’ sporchi. Un po’ bravi e un po’ stronzi. Un po’ chiari e un po’ oscuri.
Penso al restare umani.

Penso alla capacità di comprendere il peso delle cose, il grado di importanza, il senso della situazione, le condizioni, l’insieme degli elementi. Penso al saper guardare un quadro senza fissare o concentrarsi su un solo, inutile, dettaglio. Penso alla facoltà di assumere una scala di valori che indichi e renda tutto relativo, mai assoluto, come giusto che sia.
Penso alla straordinaria capacità di cogliere.

Penso che basterebbe poco.

Ed è in questa parte del mio pensare dove mi restano i pilastri a cui ancorare la ricerca di questa nuova ipotesi di vita. Sempre gli stessi e che non potrebbe essere altrimenti.

Sono fortunata, lo so, e non posso e non voglio sprecare questo privilegio che la sorte mi ha di nuovo destinato per lo stupido rigurgito di una sfida che ho voluto tenere alta con un accanimento terapeutico che è più simile all’ossessione che non al sentimento.

E niente, resto in cerca di coniugare allegrezza e rabbia, serenità e paura, di certezza e dubbio per farne la colonna sonora della mia vita.

N. H

Leggerezza dell’essere 

Di post in post. Tutta la vita un post? Tra il dire e il fare c’è di mezzo un post? Meglio un post oggi o niente domani? E un post è davvero un apostrofo rosa tra le parole “hai rotto i coglioni”?

Ecco, dopo decine e decine di post non è che resta molto da raccontare, e questo è un dato di fatto. D’altronde, a meno che non si sia portatori di eccezionalità, tutte le esistenze comuni diventano un continuo déjà-vu / déjà-entendu con l’aggravante della sofferenza. Non consola per niente, ma fa sentire meno soli e, aggiungerei, anche un po’ meno tristi. Detto ciò, capita talvolta che tra queste pagine passi un provocatore al quale sapresti pure rispondere per le rime e, sei lì lì per farlo, ma ti blocchi e fai finta di niente perché sai bene che uno sforzo di retorica sarebbe vano. Ma soprattutto sai che certe cose vanno prese con leggerezza, che certi lussi appartengono al passato.

Fine della comunicazione di servizio. Come dicevano i vecchi blogger.

                                                                I’m only human after all

                                                                Don’t put the blame on me.

N.H