Confessioni di una disadattata.

Gli schiaffoni della realtà mi fanno un gran bene. No, non sono autolesionista. Oddio! Non che il terrificante mal di testa che mi attanaglia un giorno sì e un giorno sì possa definirsi il miglior sistema per fare il punto su me stessa, però è successo e ben vengano anche questi giorni in cui il male fisico fa tornare tutta l’attenzione al mio interiore. Dopo, quando passa, è come una resurrezione. Una vita diversa che voglio vedere diversa perché dentro di me qualcosa si è modificato e non parlo della flora intestinale che anche quella ha la sua importanza.
È come se durante tutti questi anni in cui ho cercato sogni impossibili tra ricordi e rimpianti, tra rabbie e rancori, fossero solo un tributo dovuto alla conoscenza. Non alla conoscenza assoluta – ammesso che ce ne sia una – che quella l’avrò mai, nemmeno quando la Nera Signora mi verrà a cercare e mi porterà via con Lei, ma alla conoscenza di un altro pezzo di me.

Una cosa è certa e non me ne voglia chi continua a ripetermi il contrario.

Non voglio più nulla di quello che è stato il mio passato. E nemmeno rivivere situazioni che ricordano o/e mi riportano quel passato.

Lui, il passato, resta dietro di me come l’ombra lunga della sera. Accompagna i passi e non si stacca dai miei piedi. Dà il colore esatto alla luce del giorno ed al buio della notte. È lì, fermo dietro, dietro, di me, non mi sorpassa, non diventa miraggio di un futuro non ipotizzabile e nemmeno si presta ad essere alibi per le mie apatie.
Oltre alle tante cose belle che tengo preziose e magnifiche, nel passato c’è stata menzogna e ipocrisia, promesse infrante, perbenismo di facciata e falsità, opportunismo e compromessi per il quieto vivere, alleanze di pseudo-verità e ancora adesso che ne scrivo non so capire come ho fatto a permettere e tollerare la sporcizia e la schifezza che mi tiravo addosso per ritrovare il mio amor proprio sotto lo zerbino della porta di casa con il sudiciume di coloro che si erano ripuliti le loro scarpe sporche prima di entrare, quasi a voler apparire migliori e di bell’aspetto e non parlo solo di un tempo lontano.

Razionalizzando, penso al contorcersi, alla gastrite, al somatizzare, al pretendere, al chiedersi, all’ingannare. All’ingannarsi. Penso alla nebbia negli occhi, nella testa, nell’anima. Alla ragione che non trova ragione e ostinata sfugge, al maledetto istinto che prevale, all’impulso nel sangue, che scorre bollente nelle vene, che arriva al cervello.
Penso al non capirsi, al non trovare le parole per spiegare, al dialogo impossibile, alle strategie di comunicazione, all’egoismo, al trabocchetto, ai dettagli travisati, alle parole inventate. Alle prove e alle controprove, mai provate.

Non voglio più nulla di tutto questo.

Voglio camminare con gli occhi ben spalancati e la bocca che non tace, il pensiero netto e preciso su quello che, con fatica e dedizione, sto costruendo. La certezza, anche se non ne ho mai avuta una, di poter pensare e dire: decido io, sono padrona della mia vita. Sentirmi sempre come all’inizio di un nuovo anno scolastico, quando andavo a scuola dopo tre mesi di vacanza che, pur essendo stati bellissimi, comunque mi lasciavano con l’aspettativa ansiosa di quello che sarebbe stato.

E lucida, penso all’empatia, alla capacità di mettersi nei panni altrui. Di comprendere le motivazioni, le ansie, le angosce. Le paure, il dolore. Penso alla capacità di piangere e ridere con gli altri. Negli altri. Per gli altri. Penso alla sensibilità.

Penso all’idea di non puntare il dito. Ricordandomi sempre che siamo i primi a sbagliare, i primi ad essere opportunisti, i primi a collezionare errori, uno dopo l’altro, pensando ai nostri interessi. Siamo i primi a essere un po’ puliti e un po’ sporchi. Un po’ bravi e un po’ stronzi. Un po’ chiari e un po’ oscuri.
Penso al restare umani.

Penso alla capacità di comprendere il peso delle cose, il grado di importanza, il senso della situazione, le condizioni, l’insieme degli elementi. Penso al saper guardare un quadro senza fissare o concentrarsi su un solo, inutile, dettaglio. Penso alla facoltà di assumere una scala di valori che indichi e renda tutto relativo, mai assoluto, come giusto che sia.
Penso alla straordinaria capacità di cogliere.

Penso che basterebbe poco.

Ed è in questa parte del mio pensare dove mi restano i pilastri a cui ancorare la ricerca di questa nuova ipotesi di vita. Sempre gli stessi e che non potrebbe essere altrimenti.

Sono fortunata, lo so, e non posso e non voglio sprecare questo privilegio che la sorte mi ha di nuovo destinato per lo stupido rigurgito di una sfida che ho voluto tenere alta con un accanimento terapeutico che è più simile all’ossessione che non al sentimento.

E niente, resto in cerca di coniugare allegrezza e rabbia, serenità e paura, di certezza e dubbio per farne la colonna sonora della mia vita.

N. H

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Auguri Mamma.

La festa della mamma? Sì, un giorno assolutamente da ricordare e festeggiare. Non voglio scivolare nella retorica, ma credo si debba rendere onore a tutte le mamme che continuano a svolgere con Amore e dedizione il loro ruolo, e anche quelle che, come la mia, non ci sono più, mi sembra la cosa più naturale da pensare e dire in questo giorno speciale.

Ogni mamma è un mondo a sé, che con impegno e tenacia forma un universo di sentimenti, Amore, abnegazione, sacrifici, e tante altre luci del loro arcobaleno, che l’uomo, i padri o non padri spesso non riescono a comprendere.

Mia madre è mancata 31 anni fa, avevo 11 anni, ma è sempre stata con me, e il suo ritratto è da sempre nella mia mente e nel mio cuore e ogni sera prima di addormentarmi, facciamo una piccola chiacchierata, la luce della lampada mi rimanda i suoi occhi color ambra e luminosi che sembrano chiedermi come va, e io le rispondo che non c’è male per tranquillizzarla. So che non è tanto, per la persona che ho più amato al mondo, la dedizione, i buoni sentimenti e insegnamenti. Lei donna semplice di sublime dolcezza, ogni tanto, senza ragione mi abbracciava forte, e sentivo il suo cuore che batteva vicino al mio, ero la sua figlia maggiore, un insieme indivisibile di gioia e dolore. Spesso la facevo ridere, e lei, per ricompensami, mi recitava brani di poesie… Mia madre amava la poesia e mi chiedeva che le recitassi la poesia di Mahmoud Darwish “A mia madre” che diceva:

“Ho nostalgia del pane di mia madre
del caffè di mia madre
della carezza di mia madre.
Diventa grande in me l’infanzia
giorno dopo giorno
e mi attacco alla vita perché
se dovessi morire
sarei mortificato per il pianto di mia madre.

Fai di me,
dovessi un giorno ritornare,
stola per la tua frangia.
Coprimi le ossa di erba
fatta pura al tuo passo.
Legami
con un ricciolo di capelli
con un filo che spunta dell’orlo della veste tua
così che io diventi un dio
un dio divento
se il tuo cuore sfioro.

Mettimi, se ritorno,
alimento nel tuo fuoco
corda del bucato sul terrazzo di casa tua
ché io vacillo senza
la preghiera del tuo giorno.
Sono invecchiato,
riporta le stelle della fanciullezza per ritornare
come tornano gli uccelli.”

Mi capita ancora di cercare la mamma la sera,  per vedere se ha acceso il fuoco, e poi mi accorgo che una piccola lampada è dentro di me fuoco inestinguibile d’Amore. E’ la tua festa mamma adorata, domattina ti scaldo la colazione.

 

N.Hcropped-cropped-klimt

Autocelebrazione 

Se volessi scrivere la mia storia in un libro, mi piacerebbe che alla fine somigliasse ad una commedia di Wodehouse.
Se dovessi colorarla, sicuramente la farei tutta color biancoceleste.
Se ci potessi mettere una musica di sottofondo, probabilmente sceglierei i Mettalica (Nothing else matters).

E se avessi uno scopo, sarebbe quello di far felici le persone che più Amo.

A cinque anni
Ero una bimba felice, coccolata da una tribù di parenti e due sorelline con cui giocare e comandare (sono del capricorno, mi spiego 😉). 

La musica da ballare era tanta, immaginavo che sarei diventata una grande ballerina. Ero già stata all’opera una volta e, ovviamente, ero già una sognatrice.

A dieci anni
Avevo già iniziato la mia collezione di libri, in loro trovavo rifugio, avevo tante storie da vivere, tra le più belle: essere strega o principessa. Ero già una protagonista e avevo già incontrato l’Amore, e anche la Morte si era fatta viva, portandomi via la mamma, ma ancora non conoscevo il vero significato di nessuna di queste due cose.

A quindici anni
Avevo scoperto di essere una filosofa e avevo in mente un sacco di idee, fantasie e tanti Amici: nuovi, vecchi, appena arrivati e tornati dopo tanto tempo. Fra i gruppi troskysti nelle assemblee avevo scoperto di essere molto meno di destra di quanto avessi mai pensato.

Giocavo a tennis in media 5 volte a settimana, anche se cominciavo a capire che qualcosa di più bello del tennis poteva anche esserci, i cavalli ad esempio. Cavalcare era un’ottima terapia per domare i miei istinti selvaggi.

Sapevo di greco e di latino più di quanto avrei mai saputo in vita mia, ascoltavo i Genesis, i Mettalica, i Pink Floyd e i Queen fino allo stordimento. La rabbia e la sfida erano i leitmotiv che alimentavano la mia sete di sapere e crescere.

A vent’anni
Era giunto il momento di voltare pagina. L’addio al Passato, alla Morte, agli Errori e Orrori… La grande voglia di stabilità, luoghi fissi, famiglia e figli, il desiderio di un nuovo punto di partenza, la riconciliazione col mio IO ribelle e ferito. Il grande passo verso un matrimonio mai benedetto; bruciando tempo e spazio.

A venticinque anni
Se ne era andata l’Amica del cuore, e senza tregua, l’aveva raggiunta anche il mio babbo. Il buio. E anche quello ti fa capire che la filosofia è bella, ma la vita è ancora più bella. Mai dire mai a questo mondo. E da filosofa sognatrice sono diventata una mamma protettrice. Le responsabilità non sono mai mancate nella mia vita, scopro che anche rallentare è un ottimo modo per mordere a pieni denti la vita.

A trent’anni
Il tempo dei bilanci. La vita e la contingenza hanno saputo domare i miei istinti selvaggi. Ho fatto in tempo a capire e sapere che vivere equivale ad Amare, e se manca l’Amore manca tutta la Vita.

Ho cercato consiglio percorrendo il Sahara, attraversando deserti e scavalcando montagne. Sono sempre stata appressa a tante domande. Quando penso di essere diventata grande mi accorgo che ancora aspetto con ansia l’uscita mensile di International e che la cosa che mi fa più perdere la calma è seguire una partita di tennis. No, decisamente non sono ancora del tutto cresciuta.

A trentacinque anni
Il cambiamento. Quello radicale. La mia strada prende una nuova svolta; e giungo convinta alla decisione di separarmi: mandare a monte il mio matrimonio è risultato essere la cosa più giusto che io abbia mai fatto in vita mia.

Nel frattempo i figli sono cresciuti. Ho concluso i miei studi. Ho pubblicato anche i miei racconti e da lassù penso proprio che la mamma e il babbo siano contenti per me.

A quarant’anni
Sempre in cerca di stabilità. Di equilibrio. Punti fermi e fondamenta su cui poggiarmi per non cadere. Certe ricerche sono a tempo indeterminato… Tuttavia, e quando meno te lo aspetti, arriva l’Amore, quello vero! E un po’ sorpresa e un po’ intontita, senza troppe pippe mentali, ho riaperto la porta del cuore… e poi? Eh, love is in progress…

Oggi;
Credo essere abbastanza grande, anche se la cosa un po’ mi spaventa. Diventare grandi è sempre stato un problema.

Ho imparato che a volte abbiamo bisogna di essere feriti per crescere. Abbiamo bisogno di perdere per guadagnare. A volte abbiamo bisogno di soffrire. Ci sono lezioni che non possiamo imparare se non tramite il dolore.

Parallelamente non seguo più il tennis come una volta, in compenso urlo davanti alla Tv ogni qualvolta che mi capita di vedere una partita e non è mica un gran miglioramento.

In conclusione di questo breve resoconto, se mi guardo indietro, posso dire tranquillamente che la vita non si è affatto risparmiata con me.

Forse avrei potuto avere più Amici, ma certo non più Amici di quanti ne ho.

Avrei potuto avere più figli, ma certamente non ne avrei potuto avere più belli di così.

Non credo che avrei potuto fare più soldi: essere di sinistra di mano e di testa è un bel guaio, quasi una condanna che, una volta definitiva, la devi scontare e basta.

Probabilmente avrei potuto scrivere racconti più divertenti, ma certo non mi sarei potuta divertire di più a scriverne.

Sicuramente avrei potuto tifare per il giocatore/giocatrice più vincente, ma forse non mi avrebbe somigliato così tanto.

Insomma, avrei potuto fare cose diverse e sarei potuta essere una persona differente. Ma dico grazie che sia andata così com’è andata: non avrei potuto essere più fortunata di così, perché oggi Amo e sono Amata più di quanto sarebbe stato lecito sperare e logico immaginare.

Con la consapevolezza poi che;

Alla veneranda età di 42 anni – Li compio oggi 😬😳, Auguri a me🎉! – , non sono gli anni della tua vita che contano. È la vita che c’è stata dentro. E non è mica ancora finita perché;

The best is yet to come…

 

N.H

Alla ricerca della felicità. 

E adesso fermati un po’ e fai una lista delle cose belle. Quelle che ti fanno sentire leggera, a casa, quelle che, improvvisamente, ti riconciliano col mondo. Mettile tutte in fila e classificale per importanza, collocale in ordine alfabetico oppure prendile alla rinfusa e lascia che ti sommergano. Pensa a quella canzone degli Genesis, a Calvino, alle tue scarpe nuove un momento dopo averle acquistate. Pensa alle virgole, alle pause nel momento giusto, al profumo del caffè latte la mattina. Pensa all’estate e alla tua t-shirt preferita, a questo mese di aprile che si sta concludendo, alla focaccia appena sfornata. Pensa all’odore di un libro nuovo, agli incipit, alla magia che inanella le parole una dopo l’altra. Pensa alla perfezione delle tue labbra. Pensa ai viaggi, a tutti gli aerei che vorresti prendere, alle strade che hai camminato e a quelle che ancora ti stanno aspettando. Pensa ai treni che arrivano in orario, alle distanze che si accorciano, alle mancanze che di colpo si colmano, alle congiunzioni. Pensa alle storie e agli intrecci, ai gesti e alle contraddizioni, pensa alle mensole piene di libri, a tutte le parole che leggerai ancora. Pensa alla luce, ai risvegli, alla gioia. Alla grazia e alla pazienza, alla dedizione e al coraggio.

Ecco, tu sei di gran lunga meglio di tutto questo.

Non avremo pace finché cercheremo le frasi fatte, le citazioni migliori e le colonne sonore perfette, finché vivremo di approvazione e pacche sulle spalle, finché avremo bisogno di reti di sicurezza prima di lanciarci.

Non ci sarà giustizia e nemmeno uguaglianza finché non diremo la verità con le parole più semplici che conosciamo. Senza scomodare il destino e le affinità elettive, senza ricorrere ai giochi di parole o alle battute ben assestate.
Sì sarà sì e no significherà sempre e soltanto no. Non forse e nemmeno magari. Soltanto no.
Ti va un caffè? È rimasta una copia de L’Internazionale? C’è posto per me nella tua vita?

Oggi ci sono parole insignificanti, povere e pesanti racchiuse e recapitate in giornate scure da un postino distratto che si è pure scordato di scriverci sopra “Alto – Fragile”. Ma verranno giorni senza parole, in cui non avremo vuoti da riempire. Ci sarà il tempo per pareggiare i conti.
Verrà il sole che riscalda attraverso le finestre e il ragù che profuma la cucina di domenica mattina. Verranno il basilico fresco, il timo, la menta e la pioggia forte contro i vetri, i letti sfatti e la lavatrice da riempire. Verranno baci da incorniciare, da appenderli in salotto, da farci una mostra con migliaia di visitatori e poi un’asta da record, perché li vorrebbero tutti dei baci così. Baci da portarli in giro come i circhi che incantano i bambini e in ogni tappa fanno il tutto esaurito. Baci da tessere uno dietro l’altro per farne sciarpe che proteggono dalle intemperie del mondo. Baci irriverenti, da farci guardare male dalla gente, da illuminare le strade di notte, da farne un manuale con le istruzioni per l’uso. Verranno baci così belli da riempirci i prati a primavera, da tuffarcisi dentro in estate, da raccoglierli a grappoli in autunno, da addobbarci i balconi in inverno.

Verranno e non avremo nemmeno il tempo di pensarci.
N.H

Tempo vitalità 

Il tempo non dovrebbe essere regolato da orologi o calendari. Ma dal grado di vitalità. I parametri:

Zero: per chi non crede più in nulla e nessuno.

Uno: per gli ipocondriaci.

Due: per chi si guarda continuamente nello specchio.

Tre: per chi prima di uscire guarda le previsioni meteo.

Quattro: per chi tiene sempre d’occhio l’estratto conto.

Cinque: per chi ha tanti amici sconosciuti in Facebook.

Sei: per chi esce, almeno una volta al mese, per la pizza.

Sette: per chi sogna.

Otto: per chi vuole realizzare i sogni.

Nove: per chi realizza i sogni.
  
Dieci: per chi non si accontenta dei sogni.

N.H

  

Un senso di appartenza 

Capita di leggere un libro, vedere una foto, ascoltare una canzone o guardare un film che ci fa sentire a casa, intendendo un contenitore di sensazioni ed emozioni che comprende l’ascoltare conversazioni con persone gradevoli in una lingua conosciuta, trovarsi sul lavoro forti di una solida e lunga esperienza accumulata nel corso degli anni, riconoscere un Amico tra le centinaia di persone con cui si condivide una carrozza in treno, percorrere strade in cui abbiamo scavato dei solchi; persino i colori del cielo e della terra possono risultare familiari – oppure no. 
Che sia un racconto di Bukowski o un brano di Alanis poco importa. Certo, può risultare buffo, forse ridicolo e persino triste che ci si senta a proprio agio nella fiction o, più in generale, nell’arte invece che nella vita reale. 
Oppure può succedere che l’arte, a volte, riesca a sublimare (qualsiasi cosa voglia dire) uno stato d’animo nascosto da qualche parte in un cassetto dell’anima. Una sensazione che ci fa sentire più vivi e che, in un linguaggio universale scritto da qualche parte, ci ricorda archetipi come Amicizia, Amore, Comunità, Gruppo, Famiglia, Casa – il vero ed unico paradiso perduto, cari Adamo ed Eva.
Un senso di appartenenza al quale, da ragazza, credevo di poter rinunciare; invece, da tempo ormai, ne sento la mancanza, ed oggi, più che mai, ne vorrei avere uno.

N.H

  

Finestre 

  L’Amore è uno, il modo di Amare è diverso in ognuno. Fin qua nulla di nuovo. Come certi incontri, certe persone. Non le mandiamo a cagare subito solo per educazione e dopo, ascoltandole ed osservandole, sempre senza nemmeno volerlo, ma solo per educazione, le abbiamo concesso di entrare piano piano dentro e le abbiamo concesso un piccolo monolocale nel cuore fino al punto che basterebbe un piccolo passo perché, dopo la finestra sul giardino, le apriremmo anche la porta fra le cosce. Tornando all’Amore-uno, non solo il modo di Amare è diverso ma è diverso soprattutto il modo di essere amati. L’Amore se davvero ha una sola forma significa che ha anche una sua identità immutata ed immutabile. L’Amore è bambino e tale resta. Dico bambino perché è nel bambino che si forma il concetto d’Amore. Il concetto di bisogno, di necessità. Non quello di dare Amore ma di riceverlo. Non di darlo, perché un bambino vuole bene a prescindere, in modo naturale. Il problema di dare Amore, il bambino nemmeno se lo pone. Lui distingue invece il modo in cui è Amato e ne soffre o ne gioisce. Lui si attacca ad una forma di Amore. Quella che più si avvicina alla sua necessità, quella che più lo soddisfa. Lo riempie. Il vero Amore non è quello che da ma quello che sceglie fra quelli che riceve e se lo porterà dentro. La stessa differenza fra il lavoro che ti scegli e quello che ti danno. Tante volte l’Amore che scegliamo è solo quello che più si avvicina a quello che vorremmo. Per questo tradiamo. È un magnetismo inevitabile.

La sera è di quelle classiche. Senza sole. Almeno così pare. Poi s’illumina. La mattina è di quelle classiche. Col sole, ma sotto la doccia ti ripeti solo il suo nome. È primavera. A prescindere da giugno.
N. H
 

Una vita senza ombrello 

 

Piove.

Pioggia con me. 

Cammino sotto le gocce che cadono veloci, le persone che incrocio si riparano sotto l’ombrello, io no, non ce l’ho, mi piacciono poco gli ombrelli, mi piace bagnarmi, sorrido dolce alla signora Tilde che mi lancia uno sguardo che sembra dirmi: “Mi raccomando vai piano che altrimenti non la prendi tutta”.

Un ragazzino incrocia la mia strada in bicicletta, urla: “Ciao Nadi! Ci vediamo con il sole!” ride, fradicio con i capelli che trascinano gocce sul viso, ha l’espressione felice e piena di vita.

Acqua… 

Che bella… 

Lo so che qualcuno potrebbe uccidermi, ma non posso far a meno di pensarlo, gli odori cambiano, l’odore della terra è inconfondibile quasi sapesse di un groviglio, di spezie, e camminare sui prati a piedi nudi quando piove, sarà da pazzi ma è una sensazione fantastica, liberatoria, come se i piedi a contatto con la terra volessero darti tutte le informazioni tattili che ti mancano, i sensi si acuiscono, respiro profondamente e mi sento un tutt’uno con la natura.

Il babbo, un intenditore di sapori e odori, mi diceva sempre di annusare l’aria e con fare serio affermava: “Lo senti l’odore del temporale? Sta arrivando” Io respiravo forte e cercavo di sentire, poi guardavo il tempo sereno ed ero scettica, ma dopo qualche ora il tempo cambiava come per magia, ed ecco arrivavano i tuoni, lampi… ed correvo dal babbo a piedi nudi tra le prime gocce d’acqua, con i gridolini di gioia come se mi avesse fatto un regalo, come se ci fosse un segreto tra me e lui, ad ogni tuono più forte gli regalavo un sorriso d’intesa e lui mi faceva l’occhiolino.

Lui, quando capitava a casa, cucinava e non assaggiava mai, ripeteva che il salato si sente, basta l’odore e a me sembrava un Mago Merlino dei fornelli, e poi diceva: “Non devi ascoltare, devi sentire dentro, non servono le orecchie, vedi gli animali loro sanno quello che provi anche se non capiscono quello che dici, e un po’ animali lo siamo tutti ricordalo”. 

Pioggia, gli animali la sentono prima che arrivi, così come i pericoli… così come ogni piccolo sussulto della terra.

Avevo cominciato a “sentire” le emozioni, quelle belle, quelle brutte in me, e negli altri, avevo dovuto affrontare la paura e ripensare al “sentire senza orecchie”, e ho rivisto sempre quel sorriso accompagnato dall’occhiolino, quegli attacchi di ansia telepatica, quegli incontri già sentiti dentro, quelle sintonie di parole che nascondono il filo di tutto quello che non vedi ma c’è, come la corrente come lo spostamento di particelle invisibili, ma reali.

Pioggia. 

Respiro profondamente… 

Piedi nudi sul prato, ancora un respiro da far male ai polmoni, sento l’odore della terra e di Te lontano, Ti sento, cammini per strade odore d’asfalto… Ti stai allontanando da me, stai scivolando, e io posso sentire le mie lacrime fondersi con la pioggia.
N.H 

Smile

Basterebbe un sorriso certe volte, sincero, sgorgato da quella parte del nostro animo, dove si annida un po’ nascosta e resistente in questi sventurati tempi dell’arroganza, la gentilezza. Basterebbe. O no?
Sourire.

Buon inizio settimana a tutti.

N.H

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Se sapessi disegnare…

Tutte le lettere d’amore sono ridicole. Non sarebbero lettere d’amore se non fossero ridicole. Anch’io ho scritto ai miei tempi lettere d’amore, come le altre, ridicole. Le lettere d’amore, se c’è l’amore, devono essere ridicole. Ma dopotutto solo coloro che non hanno mai scritto lettere d’amore sono ridicoli. Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo senza accorgermene lettere d’amore ridicole. La verità è che oggi sono i miei ricordi di quelle lettere a essere ridicoli. (Tutte le parole sdrucciole, come tutti i sentimenti sdruccioli, sono naturalmente ridicole).

Lo so, questa, come tante altre, Pessoa l’ha scritta in versi. Ma cosa cambia? La poesia, quand’è poesia, comunque la metti resta tale. E’ fra le poche cose che non hanno bisogno del navigatore per sapere qual è la strada più breve. Conosce tutte le scorciatoie per arrivarti dentro. Eppure deve superare pregiudizi, preconcetti, seghe mentali, filtri e condizionamenti. Niente, lei buca tutto e zac! Come l’amore. Quell’amore che è più bravo della poesia, perché le scorciatoie, volendo, se le inventa. Quell’amore che, se dovessi disegnarlo, lo farei con una matita morbida su un cartoncino ruvido. E con la faccia di Charlot. Se sapessi disegnare.

N.H

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