Le “minacce” del sig. D.S (sic!)

E niente, anche se non ne avrei voglia, scrivo. Pazienza l’esasperazione, al diavolo la stanchezza, ignoro l’ultima notte in bianco. Ma devo scrivere. Urge un bel chiarimento, un altro. Perché devo una risposta al Signor Dario S. che, scrivendomi un’e-mail, mi dà della “buonista del cazzo” e “amica dei terroristi” minacciando di smettere di leggermi e seguire il mio blog “togliendomi così il pane dalla tavola” (sic!) se non mi affretterò a prendere posizione “contro l’attentato di Madrid” (arisic!).

Dall’esasperazione non mi sono lasciata vincere, e dalla stanchezza ho trovato un po’ di forza, ma con l’afa e tutto il resto come vorrei continuare a star qua a oziare, a pensare alla parmigiana che vorrei fare per cena, a farmi la manicure, a giocare a scacchi…

Dario S. carissimo, l’ultimo attentato è stato a Barellona, anzi no. L’ultimo è stato a Turku, ma non si faccia sviare dal suono. Turku è in Finlandia. È successo due giorni fa, ma già non se ne parla più. Non fa notizia. Per i giornali c’era più roba a Barcellona, tanta roba. Ed è più appetibile per gli avvoltoi, tra sangue innocente e storie d’amore e di morte su cui ricamare. Le chiedo gentilmente il permesso di prendere posizione anche per l’attentato di Turku, quindi. Non si dispiaccia, è che da sempre ho detestato ogni gesto teso ad utilizzare il terrore come merce di scambio; il solito baratto con la nostra libertà.

Già che ci sono, nonostante l’esasperazione, il mal di testa, l’afa, i capogiri e il sonno che vorrei fare, in altri tempi le avrei chiesto di spiegarmi la relazione che intercorre tra l’accoglienza di povere anime a cui con le armi e le razzie l’Occidente nega la vita, e la nostra colpa morale per l’attentato di Barcellona. Ma i tempi son cambiati e io, onestamente, mi sono rotta letteralmente le scatole. Sì, non ne posso più.

Sono giunta alla conclusione che la colpa definitiva di tutto questo impoverimento culturale, sia l’eccesso di intelligenza. A colpi di tastiera tutti si sentono in diritto di esibire la propria, senza modestia e senza ritegno.

Nessuno ha voglia di sapere perché sa già tutto. E senza alcun pudore, si sventola con arroganza ogni forma di ignoranza.

Nel corso degli anni ho visto atei che si proclamavano comunisti difendendo le “origini cattoliche”, ho anche letto recentemente una convinta salutista vegana domandarsi perché non avrebbe dovuto servire del prosciutto al fidanzato della figlia, onnivoro ma musulmano. Ho letto le sue precise rimostranze sulla disparità di trattamento tra i poveri africani e i poveri italiani. Non leggo più domande sull’argomento, non ce ne sono più. Un po’ come se dicessi che i cattolici hanno tutti gli occhiali perché si sono masturbati in giovane età, per altro desiderando donne già sposate con altri uomini, e avessi la pretesta di far passare queste affermazioni intelligentissime, come se fossero un trattato di teologia.

Vorrei chiarire un passaggio: io sono agnostica, e quindi per me non vi è alcuna differenza tra persone che praticano religioni diverse. Le rispetto tutte in egual modo sperando di contro che anche il mio agnosticismo lo sia. Non penso ci siano degli Dei malvagi, ma sono certa che ci siano uomini malvagi. Non credo che la malvagità sia prerogativa di una particolare etnia, ma di tanta umanità.

Ora però, sarà per via dell’esasperazione, ma io non ho più voglia di discutere sull’ABC della vita. E soprattutto non ho più voglia di risponderle, Dario S. mio ex lettore. Si allontani di fretta dai miei scritti, lasci pure il mio blog e viva sereno, io non avrò mai nulla da dire su nessun attentato, semplicemente perché non penso di poter aggiungere nulla di utile né al dolore, né allo sdegno. Mi affiderò come sempre alla decenza del silenzio, dato che non ho Dei a cui rivolgermi, né vorrei trarre cibazione dal sangue altrui.

E a proposito, il pane in tavola non mi mancherà. Non le sembrerà vero, ma ho fatto in tempo a mettere al mondo tre figli che sono già bei grandi. Se un giorno non dovessi più riuscire a comprarlo, ci penseranno loro.

N.H

Annunci

Cambiare visuale

È importante saper cogliere i segnali.

È importante cambiare visuale.

Guardare il mondo stesa sull’asfalto ti cambia davvero un paio di prospettive. L’urto contro l’auto è stato lieve e minimo, ma mi ha fatto perdere l’equilibrio e poi la bicicletta, questa mia cara appena battezzata, non ha airbag che si gonfiano o ali che si spiegano e quindi il volo sull’asfalto è stato una conseguenza inevitabile. Ma dall’asfalto è arrivata la risposta chiara, netta e esplicita: nulla aveva più importanza se non riuscire ad alzarmi, respirare e camminare…

Una mano maschile si è allungata e mi ha aiutato a rialzarmi e rimettimi in piedi e non so che faccia avesse, ché la paura mi offuscava la vista e la testa e non capivo se non che riuscivo ad alzarmi e a camminare, tutta storta e dolorante, ma camminavo. Esplosione di gioiasollievo e non m’importava dell’imbecille che mi aveva tagliato la strada e nemmeno di tutti i dolori che sentivo. Camminavo. Pensavo. Ragionavo. Vedevo. Parlavo. Il mondo era ancora là fermo, uguale a come era prima.

È importante cambiare la visuale.

Avrei potuto sbattere la testa sul bordo del marciapiede, che era a pochi centimetri da dove sono caduta. Avrei potuto rompermi qualche osso. Avrei potuto rimanere immobilizzata. Avrei potuto morire. Peggio ancora. Avrei potuto andare in coma.
È importante cambiare la visuale.

Ghiaccio su spalla/gomito/ginocchio e che cazzo vuoi che sia? Va bene, sorrido, rido e ringrazio.
Nelle lunghe ore passate al pronto soccorso ho continuato ad essere felice e tranquilla, anche quando mi girava la testa e il mio acufene ai massimi storici che mi sembrava di essere su una nave con il mare forza venti. E sono uscita a chiamare per tranquillizzare i pargoli e c’era una luna piena talmente grande e nitida che sembrava appesa nel cielo solo per me ed è stato come si sciogliesse quel grumo che mi portavo dentro da troppo tempo ormai, fatto di tante scorie inutili e sporche. La luna limpida nel cielo di una primavera che sa di trasformazioni e l’odore forte del cambiamento e dentro di me un caldo sentimento di pace.
È importante cambiare la visuale.

Mentre ancora parlavo con i vigili dell’imbecille che ha causato il tutto, è arrivato il figlio piccolo, con il volto duro e contratto, pronto a battersi come una belva per me. E poi è arrivata anche F. e mi sono rimasti vicini per tutte quelle stanche e lunghe ore vuote di attesa al pronto soccorso. A farmi ridere, a chiacchierare, a farmi sentire protetta e difesa, a darmi affetto a palate, ad essere con me. Che è importante. Che è stato importante, perché ha rimesso a posto qualche equilibrio. Il sentimento. L’affetto. La protezione. La responsabilità.
È importante cambiare la visuale.

N.H

Confessioni di una disadattata.

Gli schiaffoni della realtà mi fanno un gran bene. No, non sono autolesionista. Oddio! Non che il terrificante mal di testa che mi attanaglia un giorno sì e un giorno sì possa definirsi il miglior sistema per fare il punto su me stessa, però è successo e ben vengano anche questi giorni in cui il male fisico fa tornare tutta l’attenzione al mio interiore. Dopo, quando passa, è come una resurrezione. Una vita diversa che voglio vedere diversa perché dentro di me qualcosa si è modificato e non parlo della flora intestinale che anche quella ha la sua importanza.
È come se durante tutti questi anni in cui ho cercato sogni impossibili tra ricordi e rimpianti, tra rabbie e rancori, fossero solo un tributo dovuto alla conoscenza. Non alla conoscenza assoluta – ammesso che ce ne sia una – che quella l’avrò mai, nemmeno quando la Nera Signora mi verrà a cercare e mi porterà via con Lei, ma alla conoscenza di un altro pezzo di me.

Una cosa è certa e non me ne voglia chi continua a ripetermi il contrario.

Non voglio più nulla di quello che è stato il mio passato. E nemmeno rivivere situazioni che ricordano o/e mi riportano quel passato.

Lui, il passato, resta dietro di me come l’ombra lunga della sera. Accompagna i passi e non si stacca dai miei piedi. Dà il colore esatto alla luce del giorno ed al buio della notte. È lì, fermo dietro, dietro, di me, non mi sorpassa, non diventa miraggio di un futuro non ipotizzabile e nemmeno si presta ad essere alibi per le mie apatie.
Oltre alle tante cose belle che tengo preziose e magnifiche, nel passato c’è stata menzogna e ipocrisia, promesse infrante, perbenismo di facciata e falsità, opportunismo e compromessi per il quieto vivere, alleanze di pseudo-verità e ancora adesso che ne scrivo non so capire come ho fatto a permettere e tollerare la sporcizia e la schifezza che mi tiravo addosso per ritrovare il mio amor proprio sotto lo zerbino della porta di casa con il sudiciume di coloro che si erano ripuliti le loro scarpe sporche prima di entrare, quasi a voler apparire migliori e di bell’aspetto e non parlo solo di un tempo lontano.

Razionalizzando, penso al contorcersi, alla gastrite, al somatizzare, al pretendere, al chiedersi, all’ingannare. All’ingannarsi. Penso alla nebbia negli occhi, nella testa, nell’anima. Alla ragione che non trova ragione e ostinata sfugge, al maledetto istinto che prevale, all’impulso nel sangue, che scorre bollente nelle vene, che arriva al cervello.
Penso al non capirsi, al non trovare le parole per spiegare, al dialogo impossibile, alle strategie di comunicazione, all’egoismo, al trabocchetto, ai dettagli travisati, alle parole inventate. Alle prove e alle controprove, mai provate.

Non voglio più nulla di tutto questo.

Voglio camminare con gli occhi ben spalancati e la bocca che non tace, il pensiero netto e preciso su quello che, con fatica e dedizione, sto costruendo. La certezza, anche se non ne ho mai avuta una, di poter pensare e dire: decido io, sono padrona della mia vita. Sentirmi sempre come all’inizio di un nuovo anno scolastico, quando andavo a scuola dopo tre mesi di vacanza che, pur essendo stati bellissimi, comunque mi lasciavano con l’aspettativa ansiosa di quello che sarebbe stato.

E lucida, penso all’empatia, alla capacità di mettersi nei panni altrui. Di comprendere le motivazioni, le ansie, le angosce. Le paure, il dolore. Penso alla capacità di piangere e ridere con gli altri. Negli altri. Per gli altri. Penso alla sensibilità.

Penso all’idea di non puntare il dito. Ricordandomi sempre che siamo i primi a sbagliare, i primi ad essere opportunisti, i primi a collezionare errori, uno dopo l’altro, pensando ai nostri interessi. Siamo i primi a essere un po’ puliti e un po’ sporchi. Un po’ bravi e un po’ stronzi. Un po’ chiari e un po’ oscuri.
Penso al restare umani.

Penso alla capacità di comprendere il peso delle cose, il grado di importanza, il senso della situazione, le condizioni, l’insieme degli elementi. Penso al saper guardare un quadro senza fissare o concentrarsi su un solo, inutile, dettaglio. Penso alla facoltà di assumere una scala di valori che indichi e renda tutto relativo, mai assoluto, come giusto che sia.
Penso alla straordinaria capacità di cogliere.

Penso che basterebbe poco.

Ed è in questa parte del mio pensare dove mi restano i pilastri a cui ancorare la ricerca di questa nuova ipotesi di vita. Sempre gli stessi e che non potrebbe essere altrimenti.

Sono fortunata, lo so, e non posso e non voglio sprecare questo privilegio che la sorte mi ha di nuovo destinato per lo stupido rigurgito di una sfida che ho voluto tenere alta con un accanimento terapeutico che è più simile all’ossessione che non al sentimento.

E niente, resto in cerca di coniugare allegrezza e rabbia, serenità e paura, di certezza e dubbio per farne la colonna sonora della mia vita.

N. H

Auguri Mamma.

La festa della mamma? Sì, un giorno assolutamente da ricordare e festeggiare. Non voglio scivolare nella retorica, ma credo si debba rendere onore a tutte le mamme che continuano a svolgere con Amore e dedizione il loro ruolo, e anche quelle che, come la mia, non ci sono più, mi sembra la cosa più naturale da pensare e dire in questo giorno speciale.

Ogni mamma è un mondo a sé, che con impegno e tenacia forma un universo di sentimenti, Amore, abnegazione, sacrifici, e tante altre luci del loro arcobaleno, che l’uomo, i padri o non padri spesso non riescono a comprendere.

Mia madre è mancata 31 anni fa, avevo 11 anni, ma è sempre stata con me, e il suo ritratto è da sempre nella mia mente e nel mio cuore e ogni sera prima di addormentarmi, facciamo una piccola chiacchierata, la luce della lampada mi rimanda i suoi occhi color ambra e luminosi che sembrano chiedermi come va, e io le rispondo che non c’è male per tranquillizzarla. So che non è tanto, per la persona che ho più amato al mondo, la dedizione, i buoni sentimenti e insegnamenti. Lei donna semplice di sublime dolcezza, ogni tanto, senza ragione mi abbracciava forte, e sentivo il suo cuore che batteva vicino al mio, ero la sua figlia maggiore, un insieme indivisibile di gioia e dolore. Spesso la facevo ridere, e lei, per ricompensami, mi recitava brani di poesie… Mia madre amava la poesia e mi chiedeva che le recitassi la poesia di Mahmoud Darwish “A mia madre” che diceva:

“Ho nostalgia del pane di mia madre
del caffè di mia madre
della carezza di mia madre.
Diventa grande in me l’infanzia
giorno dopo giorno
e mi attacco alla vita perché
se dovessi morire
sarei mortificato per il pianto di mia madre.

Fai di me,
dovessi un giorno ritornare,
stola per la tua frangia.
Coprimi le ossa di erba
fatta pura al tuo passo.
Legami
con un ricciolo di capelli
con un filo che spunta dell’orlo della veste tua
così che io diventi un dio
un dio divento
se il tuo cuore sfioro.

Mettimi, se ritorno,
alimento nel tuo fuoco
corda del bucato sul terrazzo di casa tua
ché io vacillo senza
la preghiera del tuo giorno.
Sono invecchiato,
riporta le stelle della fanciullezza per ritornare
come tornano gli uccelli.”

Mi capita ancora di cercare la mamma la sera,  per vedere se ha acceso il fuoco, e poi mi accorgo che una piccola lampada è dentro di me fuoco inestinguibile d’Amore. E’ la tua festa mamma adorata, domattina ti scaldo la colazione.

 

N.Hcropped-cropped-klimt

Una volta si diceva prendila con filosofia 

In questo tempo che sa di niente e di tutto, ho imparato ad accettare i limiti di chi dovrebbe far squadra con te e invece ti gira le spalle.
Ho capito che prima o poi scivoliamo tutti in quell’angolo di mondo in cui è facile sporcarsi con la nostra stessa mediocrità.
Giudichiamo perché abbiamo il terrore di guardarci dentro e perderci nel nostro buio.

Giudichiamo convinti di sapere ma non sappiamo niente.

Niente.

Ed è sempre triste rendersi conto di aver idealizzato e/o sopravvalutato qualcuno.

Ecco, questo tempo è stato per me un’opportunità per tuffarmi nel profondo della mia anima lacerata.

Non so molto bene se è servito a qualcosa. O meglio, lo so, ma non ho molta voglia di pensarci. Adesso.
Non ho voglia di perdermi di nuovo in quei perché e come.

Non ho voglia di arrampicarmi sui soliti scoscesi dirupi della mia mente. Fare quelle maledette infinite scale che conosco così bene da dimenticare dove sono gli scalini scivolosi e caderci ogni volta.

Perdermi in contorti fastidiosi attorcigliati logoranti inutili molesti ragionamenti su sentimenti che non so più che cavolo sono.
Non ho voglia di scavare nella sabbia che mi frana addosso ogni volta che mi sembra di avere raggiunto la giusta profondità.

Non ho più voglia di stare male per il solo gusto di piangermi addosso e lamentarmi e rimpiangere e recriminare e pentirmi e accusarmi e assolvermi e …

Non ne ho più voglia.
Invece.
Ho voglia di sorridere e ridere.

Ho voglia di riprendermi la mia vita.

Ho voglia di crescere e guardare avanti.

Ho voglia di essere leggera e godermi quello che ho, poco o tanto che sia.
Ho voglia di benessere interiore, delle mie piccole abitudini, dei rituali del sonno e della veglia, delle cose giuste e sbagliate che riempiono i miei giorni.
Ho voglia della consapevolezza di essere fortunata ad avere figli meravigliosi che dimostrano essere ogni giorno il mio miracolo ed è la meraviglia ed è proprio quello che avrei voluto avere ed ho.
Ho voglia della consapevolezza di essere fortunata ad avere una casa, un lavoro, l’affetto di chi mi circonda, le amicizie belle e sincere che ti seguono nonostante i lati oscuri, i difetti, le mancanze, nonostante i limiti.
E niente, non mi adeguo, figuriamoci se mi arrendo.
N.H

Ci sono. 

Qualcuno – non mi ricordo più chi – diceva che il coraggio è fatto di Paura. 

Accidenti quanto è vero. 

Paura. Cambiamento. Spavento e preoccupazione, ma anche presa di coscienza, coraggio e sfida. 

La ricerca di nuovi punti di equilibrio perché i precedenti saltano tutti come ponti durante un’alluvione. Ecco. Il dilagante dilagare di un fiume in piena assomiglia al cambiamento. E dopo un periodo di apparente calma, in cui tutto sembrava andasse per il verso giusto, una tempesta che travolge e sconvolge e forma enormi onde che si frangono con fragore contro lo scoglio duro dell’assuefazione al sereno benessere del nulla, sembra una cosa assurda, quasi impensabile. 

Uno sconquasso assordante. 

Un pensiero insopportabile. 

Una paura viscerale. 

Paura. 

Davvero molta paura. Eppure, paradossalmente, l’aria diventa più leggera e l’adrenalina ricomincia a spalmarsi sulla pelle, come fosse una crema, per addolcire l’infiammazione. Cicatrizzare le ferite. E alla paura si aggiunge la dolcezza. Ha il sapore buono di quelle caramelle che da bimba rubavo dalla ciotola di cristallo sul tavolino basso del nostro salotto. Paura con dolcezza, come un ossimoro. 

Incredibile. 

Non tutti gli equilibri sono equilibrati. Non tutto è come vorrei che fosse. Non è tutto nel posto esatto dove dovrebbe essere. E mi chiedo se è poi così importante? Se non è meglio il caos della ricerca all’immobilismo del traguardo?
Comunque. Va bene così. In fondo, niente capita a nessuno, che questi non sia per natura in grado di reggere. 

Sto bene. 

N.H

Auguri papà 

Noi che il papà non ce l’abbiamo più. 
Noi che il papà ce lo portiamo sempre dentro. 

Noi che il papà lo festaggiamo nel cuore e nel pensiero, tutti i giorni.

Noi che il papà è la nostra memoria. 

Oggi nel giorno della tua festa porto con me il tuo orologio. Me lo presti vero? 
I restanti giorni dell’anno ti porto solo nel cuore… ma oggi voglio fare di più… voglio sfoggiare un tuo oggetto (geloso come sei delle tue cose, ma sta tranquillo, lo serbo come una reliquia) per far vedere al mondo quanto sono orgogliosa di essere tua figlia, anche se non arriverò mai a Te. 

Mi manchi ogni giorni di questa vita senza di Te.

Un bacio, 

Tua figlia.
N.H

Dateci il tempo di laica umanità 

E quindi Dj Fabo è morto, finalmente, come voleva. No, scusate, fatemi capire: perché uno “vuole” morire? Nessuno “vuole” morire, o per lo meno, nessun sano e vegeto sceglierebbe di morire, ho dubbi perfino su qualche suicida. Ma alcuni di noi sanno che stanno morendo e ciò che li terrorizza è il tempo che resta. Avete mai provato a pensarvi per, diciamo, un’ora senza veder nulla, nel buio totale, senza poter parlare pur sentendo e capendo tutto, senza poter muovere una mano o anche solo un dito. Ecco, così stava lui, per ventiquattro ore al giorno. 
Si sa. Il tempo è relativo. Non è mai uguale per tutti. Il minuto di Fabo è una tortura, il mio un sorso d’acqua. Per questo lui aveva “chiesto” di morire.
Faccio fatica a capire le invocazioni al “silenzio” e al “rispetto”. Penso e credo che i morti non sentono, se ne fregano del rispetto, sono “altro” (da qui l’insanabilità del dolore di chi resta). 

La morte è un “non qua” così definitivo e completo che non si può decentemente pensare che vi arrivino parole o gesti. Noi, invece, come non mai abbiamo bisogno di una parola, di un senso a ciò che vediamo e viviamo.

Da quando esiste l’umanità non ci siamo domandati se sia giusto fare con la morte ciò che facciamo fino ad oggi – una battaglia di Berlino con la malattia, fino all’ultimo colpo -, pur sapendo di aver perso. Oggi c’è che ci chiede di pensare se sia arrivato il tempo di concedere ad ognuno di noi il potere di dire basta e deporre l’arma.

Coloro che si oppongono all’autodecisione hanno paura del nazista domestico di turno. Diventeremmo tutti aguzzini di noi stessi o terminatori della vecchia nonna. 
Trattiamo la vita e la morte come se fosse una faccenda di regole all’italiana, tanto poi ognuno fa il cavolo che vuole. Come per una licenza edilizia. Se legalizziamo, è l’anarchia. Scemi.
La nascita come la morte sono le due parentesi che ci tengono dentro il segmento di luce della vita. Sappiamo bene che dopo c’è il nulla assoluto. Lo sappiamo nel nostro profondo, ognuno di noi lo sa, perfino chi, come me, pensa di poter riabbracciare mamma e papà. E quel nulla lo prendiamo tutti maledettamente sul serio. Continuiamo a non voler sapere. Non vogliamo sapere che cos’è vivere attaccati alle macchine. Così come non vogliamo sapere che cos’è la fase finale di un cancro: il corpo che letteralmente esplode, il sangue da ogni orifizio e fessura, il dolore indomabile, l’indecenza della malattia, la sua degradazione. 
Balliamo questa danza del non sapere da quando esitiamo sulla terra. Da un milione di anni, ci copriamo gli occhi col non detto.

Poi arrivano un Coscioni, un Welby, un Fabo e ci dicono che coprire non si può più perché non è giusto, non è umano, chiedere ai più sfortunati il martirio. 
Non tutti moriamo allo stesso modo. Un cuore che si ferma non è un cancro, un incidente non è la SLA. Esistono i più sfortunati, ci sono quelli ai quali “va male”. La disuguaglianza è “naturale”. Perciò chiediamo di poter dare a tutti il diritto di dire basta, perché possano usarlo i meno fortunati. Questa è l’ uguaglianza. Poter dire basta, finisce qui, fosse pure perché sento di aver vissuto troppo e non voglio che qualcuno si occupi della mia merda che non riesco più a trattenere. 

È giunto il tempo di laica umanità. Dateci il diritto di morire con dignità. Dateci la parola “fine”. 
N.H

Leggerezza dell’essere 

Di post in post. Tutta la vita un post? Tra il dire e il fare c’è di mezzo un post? Meglio un post oggi o niente domani? E un post è davvero un apostrofo rosa tra le parole “hai rotto i coglioni”?

Ecco, dopo decine e decine di post non è che resta molto da raccontare, e questo è un dato di fatto. D’altronde, a meno che non si sia portatori di eccezionalità, tutte le esistenze comuni diventano un continuo déjà-vu / déjà-entendu con l’aggravante della sofferenza. Non consola per niente, ma fa sentire meno soli e, aggiungerei, anche un po’ meno tristi. Detto ciò, capita talvolta che tra queste pagine passi un provocatore al quale sapresti pure rispondere per le rime e, sei lì lì per farlo, ma ti blocchi e fai finta di niente perché sai bene che uno sforzo di retorica sarebbe vano. Ma soprattutto sai che certe cose vanno prese con leggerezza, che certi lussi appartengono al passato.

Fine della comunicazione di servizio. Come dicevano i vecchi blogger.

                                                                I’m only human after all

                                                                Don’t put the blame on me.

N.H

Autocelebrazione 

Se volessi scrivere la mia storia in un libro, mi piacerebbe che alla fine somigliasse ad una commedia di Wodehouse.
Se dovessi colorarla, sicuramente la farei tutta color biancoceleste.
Se ci potessi mettere una musica di sottofondo, probabilmente sceglierei i Mettalica (Nothing else matters).

E se avessi uno scopo, sarebbe quello di far felici le persone che più Amo.

A cinque anni
Ero una bimba felice, coccolata da una tribù di parenti e due sorelline con cui giocare e comandare (sono del capricorno, mi spiego 😉). 

La musica da ballare era tanta, immaginavo che sarei diventata una grande ballerina. Ero già stata all’opera una volta e, ovviamente, ero già una sognatrice.

A dieci anni
Avevo già iniziato la mia collezione di libri, in loro trovavo rifugio, avevo tante storie da vivere, tra le più belle: essere strega o principessa. Ero già una protagonista e avevo già incontrato l’Amore, e anche la Morte si era fatta viva, portandomi via la mamma, ma ancora non conoscevo il vero significato di nessuna di queste due cose.

A quindici anni
Avevo scoperto di essere una filosofa e avevo in mente un sacco di idee, fantasie e tanti Amici: nuovi, vecchi, appena arrivati e tornati dopo tanto tempo. Fra i gruppi troskysti nelle assemblee avevo scoperto di essere molto meno di destra di quanto avessi mai pensato.

Giocavo a tennis in media 5 volte a settimana, anche se cominciavo a capire che qualcosa di più bello del tennis poteva anche esserci, i cavalli ad esempio. Cavalcare era un’ottima terapia per domare i miei istinti selvaggi.

Sapevo di greco e di latino più di quanto avrei mai saputo in vita mia, ascoltavo i Genesis, i Mettalica, i Pink Floyd e i Queen fino allo stordimento. La rabbia e la sfida erano i leitmotiv che alimentavano la mia sete di sapere e crescere.

A vent’anni
Era giunto il momento di voltare pagina. L’addio al Passato, alla Morte, agli Errori e Orrori… La grande voglia di stabilità, luoghi fissi, famiglia e figli, il desiderio di un nuovo punto di partenza, la riconciliazione col mio IO ribelle e ferito. Il grande passo verso un matrimonio mai benedetto; bruciando tempo e spazio.

A venticinque anni
Se ne era andata l’Amica del cuore, e senza tregua, l’aveva raggiunta anche il mio babbo. Il buio. E anche quello ti fa capire che la filosofia è bella, ma la vita è ancora più bella. Mai dire mai a questo mondo. E da filosofa sognatrice sono diventata una mamma protettrice. Le responsabilità non sono mai mancate nella mia vita, scopro che anche rallentare è un ottimo modo per mordere a pieni denti la vita.

A trent’anni
Il tempo dei bilanci. La vita e la contingenza hanno saputo domare i miei istinti selvaggi. Ho fatto in tempo a capire e sapere che vivere equivale ad Amare, e se manca l’Amore manca tutta la Vita.

Ho cercato consiglio percorrendo il Sahara, attraversando deserti e scavalcando montagne. Sono sempre stata appressa a tante domande. Quando penso di essere diventata grande mi accorgo che ancora aspetto con ansia l’uscita mensile di International e che la cosa che mi fa più perdere la calma è seguire una partita di tennis. No, decisamente non sono ancora del tutto cresciuta.

A trentacinque anni
Il cambiamento. Quello radicale. La mia strada prende una nuova svolta; e giungo convinta alla decisione di separarmi: mandare a monte il mio matrimonio è risultato essere la cosa più giusto che io abbia mai fatto in vita mia.

Nel frattempo i figli sono cresciuti. Ho concluso i miei studi. Ho pubblicato anche i miei racconti e da lassù penso proprio che la mamma e il babbo siano contenti per me.

A quarant’anni
Sempre in cerca di stabilità. Di equilibrio. Punti fermi e fondamenta su cui poggiarmi per non cadere. Certe ricerche sono a tempo indeterminato… Tuttavia, e quando meno te lo aspetti, arriva l’Amore, quello vero! E un po’ sorpresa e un po’ intontita, senza troppe pippe mentali, ho riaperto la porta del cuore… e poi? Eh, love is in progress…

Oggi;
Credo essere abbastanza grande, anche se la cosa un po’ mi spaventa. Diventare grandi è sempre stato un problema.

Ho imparato che a volte abbiamo bisogna di essere feriti per crescere. Abbiamo bisogno di perdere per guadagnare. A volte abbiamo bisogno di soffrire. Ci sono lezioni che non possiamo imparare se non tramite il dolore.

Parallelamente non seguo più il tennis come una volta, in compenso urlo davanti alla Tv ogni qualvolta che mi capita di vedere una partita e non è mica un gran miglioramento.

In conclusione di questo breve resoconto, se mi guardo indietro, posso dire tranquillamente che la vita non si è affatto risparmiata con me.

Forse avrei potuto avere più Amici, ma certo non più Amici di quanti ne ho.

Avrei potuto avere più figli, ma certamente non ne avrei potuto avere più belli di così.

Non credo che avrei potuto fare più soldi: essere di sinistra di mano e di testa è un bel guaio, quasi una condanna che, una volta definitiva, la devi scontare e basta.

Probabilmente avrei potuto scrivere racconti più divertenti, ma certo non mi sarei potuta divertire di più a scriverne.

Sicuramente avrei potuto tifare per il giocatore/giocatrice più vincente, ma forse non mi avrebbe somigliato così tanto.

Insomma, avrei potuto fare cose diverse e sarei potuta essere una persona differente. Ma dico grazie che sia andata così com’è andata: non avrei potuto essere più fortunata di così, perché oggi Amo e sono Amata più di quanto sarebbe stato lecito sperare e logico immaginare.

Con la consapevolezza poi che;

Alla veneranda età di 42 anni – Li compio oggi 😬😳, Auguri a me🎉! – , non sono gli anni della tua vita che contano. È la vita che c’è stata dentro. E non è mica ancora finita perché;

The best is yet to come…

 

N.H