Toc toc, c’è nessuno?

Apro piano piano la porta. Sono emozionata. Ne è passato di tempo dall’ultima volta che sono stata qui ed immagino polvere e odore di chiuso e quel senso di abbandono che solo i luoghi tanto amati e non più frequentati sanno dare. Sì, è vero non sono mai mancata per così tanto tempo, con l’amore e la passione che nutro per le parole, ma non basta per far ridiventare mio questo posto. Qui c’è davvero una parte di me e non potrei fare a meno di tutto quello che  ho scritto… E quindi la domanda: perché non ho più scritto? Alibi e scusanti ne ho tanti. Mancanza di tempo è la più gettonata, ma anche mancanza di voglia. Eppure nei momenti in cui resto sola, nella mia testa i pensieri si allineano come parole e scrivo storie e vedo scene, che restano lì, in un cassetto della memoria e forse un giorno le tirerò fuori. Altra domanda. E perché oggi scrivo? Ma qui la risposta è facile. Perché ho voglia di trovare sulla tastiera i miei pensieri. Di inseguirli di nuovo tra tasto e tasto e cercare tra gli spazi bianchi il senso di me. Egoismo? Esibizionismo? Certo, ma anche emozione e tanta voglia di condivisione. E quindi mi racconto:

È stato un periodo difficile perché il dolore e la rabbia da smaltire era tanta e hanno richiesto tempo e pazienza… e di questo la determinazione ad affrontare e superare gli ostacoli non è mai mancata; e per ciò sono felice, ma… che c’è sempre un ma… il mio lavoro, che nonostante tutto amo, mi è diventato pesante. Pesante il tempo che mi porta via al benessere che provo a fare le cose che mi piacciono. Pesante il dovere fare a quell’ora quella cosa e non scegliere io quando svegliarmi, vestirmi, fare la lavatrice, andare a spasso ed altre sciocchezze che sciocchezze non sono. E poi i figli (!) che crescono – con tanto di laurea – e ti “ricordano” che stai invecchiando. Le trascuratezze del tempo giovane le sto scontanto nel tempo da donna matura…

Insomma, periodo sereno, positivo, allegro e perfino felice.

Ecco per oggi può bastare. Ho pulito questo luogo e ho messo la Stella di Natale che mi ha regalato Lore sul davanzale della finestra chissà che una persona davvero speciale non la veda.

N H

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Cambiare visuale

È importante saper cogliere i segnali.

È importante cambiare visuale.

Guardare il mondo stesa sull’asfalto ti cambia davvero un paio di prospettive. L’urto contro l’auto è stato lieve e minimo, ma mi ha fatto perdere l’equilibrio e poi la bicicletta, questa mia cara appena battezzata, non ha airbag che si gonfiano o ali che si spiegano e quindi il volo sull’asfalto è stato una conseguenza inevitabile. Ma dall’asfalto è arrivata la risposta chiara, netta e esplicita: nulla aveva più importanza se non riuscire ad alzarmi, respirare e camminare…

Una mano maschile si è allungata e mi ha aiutato a rialzarmi e rimettimi in piedi e non so che faccia avesse, ché la paura mi offuscava la vista e la testa e non capivo se non che riuscivo ad alzarmi e a camminare, tutta storta e dolorante, ma camminavo. Esplosione di gioiasollievo e non m’importava dell’imbecille che mi aveva tagliato la strada e nemmeno di tutti i dolori che sentivo. Camminavo. Pensavo. Ragionavo. Vedevo. Parlavo. Il mondo era ancora là fermo, uguale a come era prima.

È importante cambiare la visuale.

Avrei potuto sbattere la testa sul bordo del marciapiede, che era a pochi centimetri da dove sono caduta. Avrei potuto rompermi qualche osso. Avrei potuto rimanere immobilizzata. Avrei potuto morire. Peggio ancora. Avrei potuto andare in coma.
È importante cambiare la visuale.

Ghiaccio su spalla/gomito/ginocchio e che cazzo vuoi che sia? Va bene, sorrido, rido e ringrazio.
Nelle lunghe ore passate al pronto soccorso ho continuato ad essere felice e tranquilla, anche quando mi girava la testa e il mio acufene ai massimi storici che mi sembrava di essere su una nave con il mare forza venti. E sono uscita a chiamare per tranquillizzare i pargoli e c’era una luna piena talmente grande e nitida che sembrava appesa nel cielo solo per me ed è stato come si sciogliesse quel grumo che mi portavo dentro da troppo tempo ormai, fatto di tante scorie inutili e sporche. La luna limpida nel cielo di una primavera che sa di trasformazioni e l’odore forte del cambiamento e dentro di me un caldo sentimento di pace.
È importante cambiare la visuale.

Mentre ancora parlavo con i vigili dell’imbecille che ha causato il tutto, è arrivato il figlio piccolo, con il volto duro e contratto, pronto a battersi come una belva per me. E poi è arrivata anche F. e mi sono rimasti vicini per tutte quelle stanche e lunghe ore vuote di attesa al pronto soccorso. A farmi ridere, a chiacchierare, a farmi sentire protetta e difesa, a darmi affetto a palate, ad essere con me. Che è importante. Che è stato importante, perché ha rimesso a posto qualche equilibrio. Il sentimento. L’affetto. La protezione. La responsabilità.
È importante cambiare la visuale.

N.H

Confessioni di una disadattata.

Gli schiaffoni della realtà mi fanno un gran bene. No, non sono autolesionista. Oddio! Non che il terrificante mal di testa che mi attanaglia un giorno sì e un giorno sì possa definirsi il miglior sistema per fare il punto su me stessa, però è successo e ben vengano anche questi giorni in cui il male fisico fa tornare tutta l’attenzione al mio interiore. Dopo, quando passa, è come una resurrezione. Una vita diversa che voglio vedere diversa perché dentro di me qualcosa si è modificato e non parlo della flora intestinale che anche quella ha la sua importanza.
È come se durante tutti questi anni in cui ho cercato sogni impossibili tra ricordi e rimpianti, tra rabbie e rancori, fossero solo un tributo dovuto alla conoscenza. Non alla conoscenza assoluta – ammesso che ce ne sia una – che quella l’avrò mai, nemmeno quando la Nera Signora mi verrà a cercare e mi porterà via con Lei, ma alla conoscenza di un altro pezzo di me.

Una cosa è certa e non me ne voglia chi continua a ripetermi il contrario.

Non voglio più nulla di quello che è stato il mio passato. E nemmeno rivivere situazioni che ricordano o/e mi riportano quel passato.

Lui, il passato, resta dietro di me come l’ombra lunga della sera. Accompagna i passi e non si stacca dai miei piedi. Dà il colore esatto alla luce del giorno ed al buio della notte. È lì, fermo dietro, dietro, di me, non mi sorpassa, non diventa miraggio di un futuro non ipotizzabile e nemmeno si presta ad essere alibi per le mie apatie.
Oltre alle tante cose belle che tengo preziose e magnifiche, nel passato c’è stata menzogna e ipocrisia, promesse infrante, perbenismo di facciata e falsità, opportunismo e compromessi per il quieto vivere, alleanze di pseudo-verità e ancora adesso che ne scrivo non so capire come ho fatto a permettere e tollerare la sporcizia e la schifezza che mi tiravo addosso per ritrovare il mio amor proprio sotto lo zerbino della porta di casa con il sudiciume di coloro che si erano ripuliti le loro scarpe sporche prima di entrare, quasi a voler apparire migliori e di bell’aspetto e non parlo solo di un tempo lontano.

Razionalizzando, penso al contorcersi, alla gastrite, al somatizzare, al pretendere, al chiedersi, all’ingannare. All’ingannarsi. Penso alla nebbia negli occhi, nella testa, nell’anima. Alla ragione che non trova ragione e ostinata sfugge, al maledetto istinto che prevale, all’impulso nel sangue, che scorre bollente nelle vene, che arriva al cervello.
Penso al non capirsi, al non trovare le parole per spiegare, al dialogo impossibile, alle strategie di comunicazione, all’egoismo, al trabocchetto, ai dettagli travisati, alle parole inventate. Alle prove e alle controprove, mai provate.

Non voglio più nulla di tutto questo.

Voglio camminare con gli occhi ben spalancati e la bocca che non tace, il pensiero netto e preciso su quello che, con fatica e dedizione, sto costruendo. La certezza, anche se non ne ho mai avuta una, di poter pensare e dire: decido io, sono padrona della mia vita. Sentirmi sempre come all’inizio di un nuovo anno scolastico, quando andavo a scuola dopo tre mesi di vacanza che, pur essendo stati bellissimi, comunque mi lasciavano con l’aspettativa ansiosa di quello che sarebbe stato.

E lucida, penso all’empatia, alla capacità di mettersi nei panni altrui. Di comprendere le motivazioni, le ansie, le angosce. Le paure, il dolore. Penso alla capacità di piangere e ridere con gli altri. Negli altri. Per gli altri. Penso alla sensibilità.

Penso all’idea di non puntare il dito. Ricordandomi sempre che siamo i primi a sbagliare, i primi ad essere opportunisti, i primi a collezionare errori, uno dopo l’altro, pensando ai nostri interessi. Siamo i primi a essere un po’ puliti e un po’ sporchi. Un po’ bravi e un po’ stronzi. Un po’ chiari e un po’ oscuri.
Penso al restare umani.

Penso alla capacità di comprendere il peso delle cose, il grado di importanza, il senso della situazione, le condizioni, l’insieme degli elementi. Penso al saper guardare un quadro senza fissare o concentrarsi su un solo, inutile, dettaglio. Penso alla facoltà di assumere una scala di valori che indichi e renda tutto relativo, mai assoluto, come giusto che sia.
Penso alla straordinaria capacità di cogliere.

Penso che basterebbe poco.

Ed è in questa parte del mio pensare dove mi restano i pilastri a cui ancorare la ricerca di questa nuova ipotesi di vita. Sempre gli stessi e che non potrebbe essere altrimenti.

Sono fortunata, lo so, e non posso e non voglio sprecare questo privilegio che la sorte mi ha di nuovo destinato per lo stupido rigurgito di una sfida che ho voluto tenere alta con un accanimento terapeutico che è più simile all’ossessione che non al sentimento.

E niente, resto in cerca di coniugare allegrezza e rabbia, serenità e paura, di certezza e dubbio per farne la colonna sonora della mia vita.

N. H

Auguri Mamma.

La festa della mamma? Sì, un giorno assolutamente da ricordare e festeggiare. Non voglio scivolare nella retorica, ma credo si debba rendere onore a tutte le mamme che continuano a svolgere con Amore e dedizione il loro ruolo, e anche quelle che, come la mia, non ci sono più, mi sembra la cosa più naturale da pensare e dire in questo giorno speciale.

Ogni mamma è un mondo a sé, che con impegno e tenacia forma un universo di sentimenti, Amore, abnegazione, sacrifici, e tante altre luci del loro arcobaleno, che l’uomo, i padri o non padri spesso non riescono a comprendere.

Mia madre è mancata 31 anni fa, avevo 11 anni, ma è sempre stata con me, e il suo ritratto è da sempre nella mia mente e nel mio cuore e ogni sera prima di addormentarmi, facciamo una piccola chiacchierata, la luce della lampada mi rimanda i suoi occhi color ambra e luminosi che sembrano chiedermi come va, e io le rispondo che non c’è male per tranquillizzarla. So che non è tanto, per la persona che ho più amato al mondo, la dedizione, i buoni sentimenti e insegnamenti. Lei donna semplice di sublime dolcezza, ogni tanto, senza ragione mi abbracciava forte, e sentivo il suo cuore che batteva vicino al mio, ero la sua figlia maggiore, un insieme indivisibile di gioia e dolore. Spesso la facevo ridere, e lei, per ricompensami, mi recitava brani di poesie… Mia madre amava la poesia e mi chiedeva che le recitassi la poesia di Mahmoud Darwish “A mia madre” che diceva:

“Ho nostalgia del pane di mia madre
del caffè di mia madre
della carezza di mia madre.
Diventa grande in me l’infanzia
giorno dopo giorno
e mi attacco alla vita perché
se dovessi morire
sarei mortificato per il pianto di mia madre.

Fai di me,
dovessi un giorno ritornare,
stola per la tua frangia.
Coprimi le ossa di erba
fatta pura al tuo passo.
Legami
con un ricciolo di capelli
con un filo che spunta dell’orlo della veste tua
così che io diventi un dio
un dio divento
se il tuo cuore sfioro.

Mettimi, se ritorno,
alimento nel tuo fuoco
corda del bucato sul terrazzo di casa tua
ché io vacillo senza
la preghiera del tuo giorno.
Sono invecchiato,
riporta le stelle della fanciullezza per ritornare
come tornano gli uccelli.”

Mi capita ancora di cercare la mamma la sera,  per vedere se ha acceso il fuoco, e poi mi accorgo che una piccola lampada è dentro di me fuoco inestinguibile d’Amore. E’ la tua festa mamma adorata, domattina ti scaldo la colazione.

 

N.Hcropped-cropped-klimt

Una volta si diceva prendila con filosofia 

In questo tempo che sa di niente e di tutto, ho imparato ad accettare i limiti di chi dovrebbe far squadra con te e invece ti gira le spalle.
Ho capito che prima o poi scivoliamo tutti in quell’angolo di mondo in cui è facile sporcarsi con la nostra stessa mediocrità.
Giudichiamo perché abbiamo il terrore di guardarci dentro e perderci nel nostro buio.

Giudichiamo convinti di sapere ma non sappiamo niente.

Niente.

Ed è sempre triste rendersi conto di aver idealizzato e/o sopravvalutato qualcuno.

Ecco, questo tempo è stato per me un’opportunità per tuffarmi nel profondo della mia anima lacerata.

Non so molto bene se è servito a qualcosa. O meglio, lo so, ma non ho molta voglia di pensarci. Adesso.
Non ho voglia di perdermi di nuovo in quei perché e come.

Non ho voglia di arrampicarmi sui soliti scoscesi dirupi della mia mente. Fare quelle maledette infinite scale che conosco così bene da dimenticare dove sono gli scalini scivolosi e caderci ogni volta.

Perdermi in contorti fastidiosi attorcigliati logoranti inutili molesti ragionamenti su sentimenti che non so più che cavolo sono.
Non ho voglia di scavare nella sabbia che mi frana addosso ogni volta che mi sembra di avere raggiunto la giusta profondità.

Non ho più voglia di stare male per il solo gusto di piangermi addosso e lamentarmi e rimpiangere e recriminare e pentirmi e accusarmi e assolvermi e …

Non ne ho più voglia.
Invece.
Ho voglia di sorridere e ridere.

Ho voglia di riprendermi la mia vita.

Ho voglia di crescere e guardare avanti.

Ho voglia di essere leggera e godermi quello che ho, poco o tanto che sia.
Ho voglia di benessere interiore, delle mie piccole abitudini, dei rituali del sonno e della veglia, delle cose giuste e sbagliate che riempiono i miei giorni.
Ho voglia della consapevolezza di essere fortunata ad avere figli meravigliosi che dimostrano essere ogni giorno il mio miracolo ed è la meraviglia ed è proprio quello che avrei voluto avere ed ho.
Ho voglia della consapevolezza di essere fortunata ad avere una casa, un lavoro, l’affetto di chi mi circonda, le amicizie belle e sincere che ti seguono nonostante i lati oscuri, i difetti, le mancanze, nonostante i limiti.
E niente, non mi adeguo, figuriamoci se mi arrendo.
N.H

Rien ne va plus

La notte è quella parte più intima del giorno. Quella più segreta. Come quella che fra gli abbracci stringi di più. Come l’oggetto dell’attesa. Come il realizzarsi di un desiderio. Come la scelta fra le scelte. Come il piatto preferito. Come la complice fra le Amicizie. Come la tua casa nel destino dei passi. Come quello a cui non rinunci. Come il post-it di cui non hai bisogno. Come l’acqua per la sete. Come la mano sul fuoco.
La conobbe per gioco. L’amò per davvero. Quando davvero non è più un gioco, se il gioco è il tuo lavoro. Come quando, nel mutevole calendario dei giorni, la notte è solo una. Lei. La conobbe per gioco. L’amò per davvero. La perse al gioco. Rosso, nero, verde e una ruota che gira…
Rien ne va plus, les jeux sont faits. La roue tourne. Quinze, noir. Putain… Ops pardon!

N.H

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