Dateci il tempo di laica umanità 

E quindi Dj Fabo è morto, finalmente, come voleva. No, scusate, fatemi capire: perché uno “vuole” morire? Nessuno “vuole” morire, o per lo meno, nessun sano e vegeto sceglierebbe di morire, ho dubbi perfino su qualche suicida. Ma alcuni di noi sanno che stanno morendo e ciò che li terrorizza è il tempo che resta. Avete mai provato a pensarvi per, diciamo, un’ora senza veder nulla, nel buio totale, senza poter parlare pur sentendo e capendo tutto, senza poter muovere una mano o anche solo un dito. Ecco, così stava lui, per ventiquattro ore al giorno. 
Si sa. Il tempo è relativo. Non è mai uguale per tutti. Il minuto di Fabo è una tortura, il mio un sorso d’acqua. Per questo lui aveva “chiesto” di morire.
Faccio fatica a capire le invocazioni al “silenzio” e al “rispetto”. Penso e credo che i morti non sentono, se ne fregano del rispetto, sono “altro” (da qui l’insanabilità del dolore di chi resta). 

La morte è un “non qua” così definitivo e completo che non si può decentemente pensare che vi arrivino parole o gesti. Noi, invece, come non mai abbiamo bisogno di una parola, di un senso a ciò che vediamo e viviamo.

Da quando esiste l’umanità non ci siamo domandati se sia giusto fare con la morte ciò che facciamo fino ad oggi – una battaglia di Berlino con la malattia, fino all’ultimo colpo -, pur sapendo di aver perso. Oggi c’è che ci chiede di pensare se sia arrivato il tempo di concedere ad ognuno di noi il potere di dire basta e deporre l’arma.

Coloro che si oppongono all’autodecisione hanno paura del nazista domestico di turno. Diventeremmo tutti aguzzini di noi stessi o terminatori della vecchia nonna. 
Trattiamo la vita e la morte come se fosse una faccenda di regole all’italiana, tanto poi ognuno fa il cavolo che vuole. Come per una licenza edilizia. Se legalizziamo, è l’anarchia. Scemi.
La nascita come la morte sono le due parentesi che ci tengono dentro il segmento di luce della vita. Sappiamo bene che dopo c’è il nulla assoluto. Lo sappiamo nel nostro profondo, ognuno di noi lo sa, perfino chi, come me, pensa di poter riabbracciare mamma e papà. E quel nulla lo prendiamo tutti maledettamente sul serio. Continuiamo a non voler sapere. Non vogliamo sapere che cos’è vivere attaccati alle macchine. Così come non vogliamo sapere che cos’è la fase finale di un cancro: il corpo che letteralmente esplode, il sangue da ogni orifizio e fessura, il dolore indomabile, l’indecenza della malattia, la sua degradazione. 
Balliamo questa danza del non sapere da quando esitiamo sulla terra. Da un milione di anni, ci copriamo gli occhi col non detto.

Poi arrivano un Coscioni, un Welby, un Fabo e ci dicono che coprire non si può più perché non è giusto, non è umano, chiedere ai più sfortunati il martirio. 
Non tutti moriamo allo stesso modo. Un cuore che si ferma non è un cancro, un incidente non è la SLA. Esistono i più sfortunati, ci sono quelli ai quali “va male”. La disuguaglianza è “naturale”. Perciò chiediamo di poter dare a tutti il diritto di dire basta, perché possano usarlo i meno fortunati. Questa è l’ uguaglianza. Poter dire basta, finisce qui, fosse pure perché sento di aver vissuto troppo e non voglio che qualcuno si occupi della mia merda che non riesco più a trattenere. 

È giunto il tempo di laica umanità. Dateci il diritto di morire con dignità. Dateci la parola “fine”. 
N.H

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Puzzle 

Ci sono momenti, fatti che accadono, canzoni che ascoltiamo o persone che, di sfuggita, incontriamo e in qualche modo ci riportano al tempo che è passato.

Aver perso la mamma molto piccola mi ha cambiato la vita, ma non solo quello.

Andare alla Feltrinelli, ad esempio, il primo incontro con due occhi color oceano che ancora adesso guardo ogni volta che mi sveglio.

Ma cosa non ci ha cambiato la vita? Ogni secondo in cui facciamo un passo avanti andiamo a mettere un pezzetto, un tassello nuovo nel nostro puzzle. A volte ci può piacere, altre invece vorremmo portarlo indietro e cambiarlo ma non si può, al massimo si può solamente continuare con un altro puzzle o  cercare di sistemare l’altro.

Nella vita non ci sono resi. Niente scontrini o termini di recesso.

N.H

Leggerezza dell’essere 

Di post in post. Tutta la vita un post? Tra il dire e il fare c’è di mezzo un post? Meglio un post oggi o niente domani? E un post è davvero un apostrofo rosa tra le parole “hai rotto i coglioni”?

Ecco, dopo decine e decine di post non è che resta molto da raccontare, e questo è un dato di fatto. D’altronde, a meno che non si sia portatori di eccezionalità, tutte le esistenze comuni diventano un continuo déjà-vu / déjà-entendu con l’aggravante della sofferenza. Non consola per niente, ma fa sentire meno soli e, aggiungerei, anche un po’ meno tristi. Detto ciò, capita talvolta che tra queste pagine passi un provocatore al quale sapresti pure rispondere per le rime e, sei lì lì per farlo, ma ti blocchi e fai finta di niente perché sai bene che uno sforzo di retorica sarebbe vano. Ma soprattutto sai che certe cose vanno prese con leggerezza, che certi lussi appartengono al passato.

Fine della comunicazione di servizio. Come dicevano i vecchi blogger.

                                                                I’m only human after all

                                                                Don’t put the blame on me.

N.H

Non siamo tutti uguali 

Gli uomini, nel migliore dei mondi possibili e immaginabili, non sono mai tutti uguali. Sarebbe quasi una bestemmia ma, per quanto possa sembrare impopolare metterla in questi termini, nel nostro mondo, le cose stanno proprio così. Del resto il mio argomentare è semplice: se chiamati a giudicare in base all’avvenza, non distinguiamo forse tra belli e brutti? e se dovessimo selezionare in base al quoziente intellettivo, non separeremmo forse gli intelligenti dagli stupidi? Ed ecco quindi il punto: intelligente è colui che non conoscendo l’argomento in questione tace e ascolta; stupido è invece chi, pur non avendo la minima idea della genesi del pensiero altrui, non esita a dire la sua e, qualora in grado di farlo – ma Internet permette a cani e porci di divulgare allegramente le proprie convinzioni – lo fa senza pensare al pericolo cui espone chi gli presterà ascolto.

Esempio emblematico, la diatriba sui vaccini: il fior fiore degli ignoranti ha osato mettere in dubbio la parola di medici e scienziati, sostenendo che vaccinarsi è inutile. Cose così, buttate sul tavolo per sovrappiù di ignoranza. Ora, nessuno tocchi la libertà di espressione e il concetto di democrazia che sottende. Ma siamo sicuri che casi come questi non suscitino un moto di nostalgia per i tempi in cui tutto era bello e controllato? E soprattutto, la democrazia ci ha davvero fatto bene? 
N.H 

Balle in progress… 

L’immensità delle balle che ha raccontato, racconta e racconterà il personaggio che si è insediato alla Casa Bianca si contestualizza tutta in questa immagine.  

Ebbene, non è la prima volta che il popolo a stelle e strisce elegge democratimente un impresentabile, ci sono già gli otto anni di Bush a ricordarcelo, ma qui probabilmente e senza precedenti sono andati oltre la più terribile delle previsioni.

Resta la speranza che il movimento che in questi giorni abbiamo visto protestare durante l’insediamento possa vigilare e contrastare il nulla che avanza.
N.H 

Civiltà ostinata

Elementari e pochi sono i bisogni di un adolescente. In ordine: sfamarsi, divertirsi e fare sesso. Soddisfatti quelli, potrebbe dirsi assai fortunato se non dovesse, come di norma, andare a scuola. Diciamocelo, la faccenda è di una tristezza insostenibile, vuoi per la minaccia costante delle verifiche e interrogazioni, vuoi per la non voglia e la mancanza di stimoli di cui sono “vittime” la stramaggioranza, vuoi, nei casi più disperatissimi, per forme più o meno conclamate di bullismo.

Ciò detto, personalmente ho avuto un buon rapporto con la scuola; molto probabilmente sarà dipeso dal fatto che frequentavo un istituto che dava e lasciava largo margine di manovra agli studenti, cose del tipo: dico quello che penso senza pippe mentali, studio se non ho paranoie, mi faccio una canna all’ultimo banco perché sono figlio di papà. Io figlia di papà non lo ero e la canna non me la sono mai fatta, ma andava bene lo stesso.

Oggi, ripensando a quei tempi, posso dire di non avere nostalgia per i compagni di liceo né per l’ingrato periodo adolescenziale; tuttavia, nel cuore mi è rimasta una materia, la filosofia; forse ricordo male, ma quando interrogata ero sempre pronta e la mia bella figura non me la toglieva nessuno.

Morale: leggevo un articolo che sottolineava la necessità, per le democrazie, di negoziare anche con le dittatture di Erdogan e Putin, giacché la realtà politica attuale è tale che l’alternativa sarebbe la guerra. Ora, probabilmente complice il Vin Santo della vicina, mi è tornato in mente il giovane Platone che si entusiasmò per il governo dei Trenta, salvo poi ricredersi quando fu instaurato un regime di terrore; a quel punto il filosofo ateniese si convinse che per uscire dall’impasse un governo di filosofi avrebbe fatto al caso perché, avendo contemplato l’idea del Bene, proprio i filosofi avrebbero potuto realizzare una società giusta.

Facile no? Buttiamola anche noi in filosofia. Come estremo gesto ostinato di civiltà.
 
“Credo di aver capito l’etica kantiana quando molto seriamente ci hai fatto presente che alle tre di notte, in una città deserta, davanti a un semaforo rosso, ti fermi solo se sei un fesso: o se sei kant”.

        Alessandro Baricco, Maestro Vattimo
N.H

Aforismi & Proverbi

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La differenza che c’è tra un aforisma e un proverbio è notevole nel suo contenuto e significato, perché mentre un proverbio è “l’insegnamento” nonché la sintesi di un comportamento o avvenimento che, statisticamente, tende ad una conclusione sempre identica, l’aforisma invece, nella stra-maggioranza  dei casi, non è altro che una frase estrapolata da un contesto molto più ampio nel quale ha il suo completo senso e, soprattutto, non ha un significato generalizzato ed universale come quello di un proverbio.
In termini di cultura e credibilità quindi, è indubbio che l’uso di un proverbio oltre ad essere lecito è anche coerente perché sempre contestualizzato. L’uso dell’aforisma è, invece, sovente stupido oltre che intellettualmente disonesto perché decontestualizzato ed usato per propria convenienza in contesti dove c’entra, quasi sempre, come i cavoli a merenda. Per dirla in breve, gli aforismi vengono quasi sempre usati a ca**o di cane perché, a differenza di quanto si fa spesso, se fossero inseriti come citazione, supporto e confronto nel più ampio contesto di un pensiero totalmente espresso non si ridurrebbero alla misera esibizione di un database di frasi fatte e secchionamente (!) memorizzate. Un database che, in quanto tale, ha parentela più con i cioccolatini che con la cultura.
N.H

Cogito ergo sum 1.1 …

Pensando ad alta voce, per qualche prossima roba che devo ancora scrivere: ALCUNI APPUNTI SULL’ECOSISTEMA DEI SOCIAL AND MEDIA, lista totalmente aperta che spero venga ampliata da tutti.
– Non credo che occorra avere sempre una dichiarazione da fare riguardo ad ogni cosa.
– Tacere e riflettere è sempre cosa buona e intelligente.
– Può capitare di scrivere una cavolata, basta rendersene conto e ammetterlo, magari chiedendo anche scusa all’occorrenza.
– Non rubare post e immagini. Ma condividere o citare la fonte.
– È opportuno sapere di cosa si parla.
– Non penso ci sia sempre un’opinione giusta e un’opinione sbagliata. Spesso le opinioni sono di tutte le gradazioni del grigio, anche se non tutte le opinioni sono automaticamente intelligenti e da rispettare.
– La libertà di dire quello che si pensa non equivale a “dico il cazzo che mi pare senza pensare alle conseguenze”.
– C’è modo e modo di esprimere le proprie opinioni. Sapere usare bene la lingua (no pun intended) serve a evitare di dire male le cose, o di essere inutilmente offensivo. Incredibile quanto la stessa opinione possa cambiare pregnanza in base all’abito linguistico che le confezioniamo.
– Sarebbe bene che le opinioni fossero informate, cercando di combattere l’inevitabile pregiudizio cognitivo che ci spinge tutti a cercare, fondamentalmente, conferma.
– Non conviene sempre disprezzare la maggioranza, perché succede che tutti noi, in momenti specifici, ne facciamo parte.
– Ogni volta che mi viene da scrivere un post che si scaglia contro un “voi” che ha detto o fatto qualcosa che disprezzo o con cui sono in disaccordo, conto fino a settordici e mi chiedo se ce ne sia davvero bisogno.
– A volte – incredibile dictu – si può stare zitti e non dire proprio nulla.

N.H

social

Alla ricerca di una reale interpretazione… 

Ripeto alla collega metà del corso di PNL, rimarcando, come al mio solito fare, le anomalie. Eh già, perché non si può decifrare sempre tutto. Perché se esistono le mappe e ognuno ha la propria, tu puoi si provare di leggerla, interpretarla, ma di primo impatto, farai degli errori grossolani. Ovvio, no. Per esempio, a me succede, quando divento insicura ai massimi livelli, di sfoderare tutta la mia capacità di resilienza diventando strasicura (!), straprecisa (!), straattenta (!) – sono un mostro, lo so – … ma anche strascema, ma questo è un altro capitolo. 

Non scorderò mai quella volta che, da ragazzina, alla vista di quello che pensavo fosse il mio grande amore, avevo le ginocchia tremanti, un principio di gravità mancante, un giramento di testa e l’idea di essere di un colorito tra il porpora e il viola. Mi ricordo che domandai alla mia Amica Charlotte se quello stato comatoso premorte con tanto di visioni angeliche, si notava, ero convinta, tutto quel casino interiore doveva per forza essere visibile, la mia Amica serafica mi rispose: “Era palese che non ti importava un fico secco di lui, sei stata indifferente a tutto, antipatica come sai fare solo te.” ed io che pensavo si fosse visto il sobbalzare del mio cuore dalla tee-shirt. 
Facciamo continuamente errori di giudizio, di valutazioni che spesso sono talmente assurdi da rovesciare completamente la vera realtà dei fatti.
Ora, fatte queste belle considerazioni, andiamo a verificare alcune cose nel concreto.
Ricordo ancora come fosse ieri quando, tre anni fa, mi arrivò la richiesta di far da testimone di nozze, non mi soffermo sui motivi per i quali la domanda non solo era indelicata, ma decisamente fuori luogo. Ecco, mi misi a farfugliare che non potevo, che c’erano altre persone più adatte di me. Niente. Non c’era verso. Gli sposi, insistenti, continuavano a dirmi tutte le motivazioni per cui avevano scelto me. Motivi, per me, prettamente egoistici. Io furiosa dentro di me urlavo: li prenderei a sberle, li insulterei, mi alzerei dal tavolo e girerei i tacchi. Stavo veramente di merda, più loro parlavano più sentivo che non potevo resistere a stare zitta, ma che parlare equivaleva a distruggere tutto.

Rabbia che covava, dissi loro:” Se volete farmi questo…” e scoppiai a piangere, un pianto vero, che sapeva di odio profondo, la mia capacità di resilienza era andata a farsi friggere, e niente mi diceva che avevano capito che era un :”Come cazzo fate a chiedermelo idioti!”.

Il giorno dopo il trauma, la petite peste (l’altra sorella fulminata) mi chiamò e disse: “Oooh, avresti dovuto vedere come sono stati felici che hai accettato di farli da testimone, pensa che quando ti sei messa a piangere, si sono commossi per le tue lacrime di gioia”.
No ma dico: uno piange di rabbia e di odio e gli altri capiscono lacrime di gioia?
Ecco quanto ho concluso: non ci capiamo proprio un cazzo degli altri. Punto.

O forse ci capiamo qualcosa ma di fronte ai nostri bisogni diventiamo sordi, di testa e di vista. 
N.H

Ho sognato di vivere in un Paese Civile! 

Quando, per questioni professionali, parentali o amicali, si fa visita ad un carcerato in Italia, si entra in contatto con una dimensione priva di etica, uno sprofondare negli abissi dei giorni dell’inferno dantesco… perché a farla da padrona è la punizione, per sua natura brutta e distruttiva. Il sovraffollamento, la promiscuità, la malattia, il tempo morto e il senso di abbandono sono gli amari ingredienti dello scenario deplorevole. L’assoluta estraneità poi del detenuto al microcosmo che gli gravita intorno è uno stato che il visitatore metabolizza con lo stomaco prima ancora che col cervello; e a completamento dell’orrore a cui si è disumanamente condannati è la mancanza di igiene di suppellettili e pavimenti che sembrano voler a tutti costi ricordare e rimarcare l’istigazione. 
Per noi esseri “liberi”, parlare di carcere o/e prigionia è come parlare di cose che non ci riguardano, non ci toccano. Un’astrazione. Concetti ripetuti per sentito dire, lanciati alla cieca contro il cielo. Che chiede un’attenzione. O il silenzio.
In un paese civile, la legge punisce, ma non si vendica, togliere ad un uomo che ha sbagliato la libertà è legittimo e costituzionale, togliergli la dignità è illegittimo è incostituzionale. 
N.H