Italia s’è desta!

All’inizio sorridi, poi, in un secondo momento aggrotti le sopracciglia e continui a sorridere; alla fine ti ricordi dell’universo parallelo di cui fai parte, e smetti di sorridere.

Accadeva ieri notte, quando a caldo dai post su Twitter – confermati poi da una rapida occhiata alle testate giornalistiche – comprendevo che l’Italia non parteciperà al prossimo mondiale, e leggevo prima scritto da Salvini, poi dalla Meloni, che è colpa degli stranieri. E poi giù a cascata tutti i tifosi delusi: “non sono razzista, ma sono troppi …”

Troppi stranieri nelle squadre di calcio. Bisogna privilegiare la crescita e l’allevamento dei talenti italiani…

La butto là: approviamo la ius- soli e rendiamo multietnica la prossima nazionale di calcio…

Ops, che sciocca, non è così che funziona. Avevamo già l’italiano Balotelli, ma i tifosi facevano “Buuuu.”

E no cari miei, mi vedo costretta di contraddirvi. Il problema non è legato allo sport, è sempre la solita vecchia storia di due imbecilli razzisti o fascisti che sanno cogliere l’occasione giusta per gettare l’esca nel mare della stupidità … e qualche pesce abbocca!

N.H

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Il massacro dell’Umanità

Ho discusso ieri con un esponente PD, che in merito alla preoccupante dechiarazione della sindaca di Codigoro, sulla proposta di alzare le tasse a chi ospita rifugiati, aveva cercato di giustificare (!) con tono paternalistico l’ennesima caduta libera del suo partito.

A dir il vero non posso dire d’aver discusso; ho espresso sinteticamente il mio pensiero lasciando a lui la vittoria per abbandono. Che io con i cretini non ci voglio più perdere tempo.

Noi ridiamo; facciamo satira e ridiamo. Ma ridiamo per legittima difesa.

Quando il riso finisce resta il dovere di tornare seri, e spiegare con quel poco di voce che ci è rimasta che il fascismo non è più latente. È tornato nella sua forma peggiore con l’arroganza di un potere inetto e ignorante che non rispetta più nessuno, nemmeno il buon senso. Ed è umanamente massacrante assistere, totalmente impotenti, all’egemonia culturale di destrsinistrcentro imporsi incontrastata sul tema migranti.

Prevale l’odio, l’ostilità, la paura, l’intolleranza, i porti chiusi, i numeri chiusi, i muri, i militari ai confini, l’idea delirante di aiutarli nemmeno più “a casa loro”, ma sulle barche loro lasciando che la morte li raggiunga. E soprattutto prevale quel “loro” contrapposto a un “noi” che è un’invenzione, che è già intrinsecamente razzista, disumanizzante, incapace di empatia come questa era in cui i lutti e i traguardi si celebrano in tempo reale, si condividono in prima pagina ma, temo, si vivono sempre meno, perché sempre meno si riconosce l’umanità dell’altro, di chi scompare o trionfa; e ne resta un’immagine, una foto simbolo, un tweet sagace, una polemica televisiva, uno slogan pubblicitario, un marketing dell’umanità che rivolta lo stomaco con tanto di conati.

Non è solo l’autoritarismo che ritorna nei volti osceni di Trump, Erdogan, Putin o Maduro, nelle loro minacce che sempre più sembrano quotidianità, nella loro intolleranza fatta sistema. E non è nemmeno il conservatorismo sempre più bieco delle destre Occidentali. È anche, forse soprattutto, l’incapacità di immaginazione, slancio e visione delle sinistre, dei “progressisti” che parlano proprio come loro, quelli che dovrebbero stare dall’altra parte e sì, dovremmo – e scusate il “noi” – combattere come si combatte un avversario e un nemico; altro che la “post-ideologia” del volemose bene, del dialogo a ogni costo.

Quando un rappresentante dello Stato e delle Istituzioni ha il coraggio arrogante di dichiarare il suo nazismo con assurda spavalderia, dovrebbe essere costretto alle dimissioni dai vertici del partito a cui appartiene. Dovrebbero essere le istituzioni a correggere loro stesse, a recuperare credibilità, a chiedere scusa alla popolazione che rappresentano. Ma è utopia, lo capisco da me. Perché il risultato è questo: ognuno si fa i cazzi suoi, per un pugno di elettori nel giardino di casa propria. Lo dico con la pena nel cuore e nel cervello, ma a questo punto meglio il multiculturalismo di uno Zuckerberg o qualsiasi altra piattaforma sociale. Meglio quello di un’Europa incapace di qualunque cooperazione umanitaria reale, che sfondi una pagina di comunicato stampa. Meglio il dominio dell’algoritmo che un mondo fatto di uomini altrettanto macchine – e chissà se una qualunque intelligenza artificiale, per quanto scema, farebbe morire tutti gli esseri umani che sono morti e continuano a morire, in questi mesi e anni, per mancanza di intelligenza naturale.  

A noi forse è meglio che resti la voglia di ridere, di allargare le braccia, di farsele cadere perché non c’è il tanto nemmeno per combattere seriamente. Perché ormai è inutile ricordare che è esistito solo un modo per combattere e vincere il fascismo, e chi se lo ricorda perché l’ha vissuto o solo studiato seriamente quando i libri di storia avevano ancora un’utilità, è troppo vecchio o male in arnese.
Possiamo esigere, anche ridendo in faccia a questi ignoranti rimbecilliti dal potere, che stiano zitti o che tornino ad una parvenza di serietà. Perché un conto è l’imbecille che scrive sui Social Network o chiacchiera a vanvera al tavolino di un bar, un altro è quando a palesare la sua stupidità è un rappresentante delle istituzioni. Ma anche questo è difficile da spiegare ormai, quando i “supporters” di questo o quel babbeo, anziché porsi una domanda e darsi una risposta, ti apostrofa con “stai sempre a far le pulci per un errore di italiano, o per un lapsus”.
Eh no, non è così riduttivo! Se a voi sta bene Napoleone ad Aushwitz , le mamme fattrici dell’italica razza, l’alternanza scuola lavoro, l’abrogazione del reato di apologia di fascismo perché liberticida (sic!) e tutte le altre porcherie dette o approvate negli ultimi anni (tengo fuori il sessismo e il razzismo per non ammorbare nessuno) preparatevi al futuro, perché sarà qualcosa che surclasserà il peggio che stiamo vivendo. E già oggi trovo assai più autorevole il mio fruttivendolo di questa manica di imbecilli fatti fascisti solo dalla loro miserabile sete di potere. La politica è altro. La politica dovrebbe essere a nostro servizio, e non il contrario.

 

N.H

 

Solo l’ira dei giusti ci salverà

Martin Luther King parlava dell’assordante silenzio degli onesti.

Non si può lasciare il politicamente scorretto nelle mani di queste destre xenofobe, razziste, ignoranti, cialtrone, fasciste. È giunto il tempo che la ragione e il buon senso alzino la voce, e lo facciano in modo politicamente e inevitabilmente scorretto. Altro che decaloghi e galatei: è ora di mettere fine a questo decadimento morale, civile e polito. Reagire con la stessa schiettezza con cui le destre attaccano i principi su cui nasce la pacifica convivenza civile.

Hai un amico razzista? Bloccalo, cancellane il numero di telefono, isolalo, dì a tutti quelli che conosci che è un razzista fascista xenofobo ed è meglio perderlo che trovarlo. Ne hai assunto uno? Licenzialo. Ne senti parlare uno al bar? Ricordagli che l’apologia del fascismo è un reato, chiama le forze dell’ordine e pretendi il rispetto dello Stato di diritto.

Salvini ti fa incazzare? Ignoralo, ripeterne le stronzate non serve ad altro che fare il suo gioco (che poi, se ci pensate, è quello di Trump: spararla sempre più grossa per avere attenzione mediatica).

Questo è un gioco che finisce male, se lo si affronta con le armi del moralismo e della “politica gentile”. Qui bisogna alzare un muro. Andare in piazza. Fare contropropaganda. Opporre fatti a demenza. Attivarsi tutti, ciascuno come può.

Non è Salvini il problema: è che stanno vincendo gli ignoranti, i buzzurri, i cialtroni, i razzisti, in Italia e fuori. Indignarsi non basta più: serve una rivolta dei giusti. E serve subito.

Sia Chiaro, la mia è prima di tutto una idea politica: non si può lasciare il politicamente scorretto come arma di consenso a una sola parte, quella fascista. La seconda è una risposta di alto livello: fornire strumenti di pensiero critico e una alternativa ideologica che dia un sostegno alle masse di disperati che cascano in questo liquame della storia. La terza è protestare, con tutte le armi che consente la democrazia. La quarta è dissociarsi dai consorzi umani connotati a quel modo. La quinta è condannarli e pretendere li condanni anche la legge. La sesta è, se serve, lo scontro.

 

N.H

Dateci il tempo di laica umanità 

E quindi Dj Fabo è morto, finalmente, come voleva. No, scusate, fatemi capire: perché uno “vuole” morire? Nessuno “vuole” morire, o per lo meno, nessun sano e vegeto sceglierebbe di morire, ho dubbi perfino su qualche suicida. Ma alcuni di noi sanno che stanno morendo e ciò che li terrorizza è il tempo che resta. Avete mai provato a pensarvi per, diciamo, un’ora senza veder nulla, nel buio totale, senza poter parlare pur sentendo e capendo tutto, senza poter muovere una mano o anche solo un dito. Ecco, così stava lui, per ventiquattro ore al giorno. 
Si sa. Il tempo è relativo. Non è mai uguale per tutti. Il minuto di Fabo è una tortura, il mio un sorso d’acqua. Per questo lui aveva “chiesto” di morire.
Faccio fatica a capire le invocazioni al “silenzio” e al “rispetto”. Penso e credo che i morti non sentono, se ne fregano del rispetto, sono “altro” (da qui l’insanabilità del dolore di chi resta). 

La morte è un “non qua” così definitivo e completo che non si può decentemente pensare che vi arrivino parole o gesti. Noi, invece, come non mai abbiamo bisogno di una parola, di un senso a ciò che vediamo e viviamo.

Da quando esiste l’umanità non ci siamo domandati se sia giusto fare con la morte ciò che facciamo fino ad oggi – una battaglia di Berlino con la malattia, fino all’ultimo colpo -, pur sapendo di aver perso. Oggi c’è che ci chiede di pensare se sia arrivato il tempo di concedere ad ognuno di noi il potere di dire basta e deporre l’arma.

Coloro che si oppongono all’autodecisione hanno paura del nazista domestico di turno. Diventeremmo tutti aguzzini di noi stessi o terminatori della vecchia nonna. 
Trattiamo la vita e la morte come se fosse una faccenda di regole all’italiana, tanto poi ognuno fa il cavolo che vuole. Come per una licenza edilizia. Se legalizziamo, è l’anarchia. Scemi.
La nascita come la morte sono le due parentesi che ci tengono dentro il segmento di luce della vita. Sappiamo bene che dopo c’è il nulla assoluto. Lo sappiamo nel nostro profondo, ognuno di noi lo sa, perfino chi, come me, pensa di poter riabbracciare mamma e papà. E quel nulla lo prendiamo tutti maledettamente sul serio. Continuiamo a non voler sapere. Non vogliamo sapere che cos’è vivere attaccati alle macchine. Così come non vogliamo sapere che cos’è la fase finale di un cancro: il corpo che letteralmente esplode, il sangue da ogni orifizio e fessura, il dolore indomabile, l’indecenza della malattia, la sua degradazione. 
Balliamo questa danza del non sapere da quando esitiamo sulla terra. Da un milione di anni, ci copriamo gli occhi col non detto.

Poi arrivano un Coscioni, un Welby, un Fabo e ci dicono che coprire non si può più perché non è giusto, non è umano, chiedere ai più sfortunati il martirio. 
Non tutti moriamo allo stesso modo. Un cuore che si ferma non è un cancro, un incidente non è la SLA. Esistono i più sfortunati, ci sono quelli ai quali “va male”. La disuguaglianza è “naturale”. Perciò chiediamo di poter dare a tutti il diritto di dire basta, perché possano usarlo i meno fortunati. Questa è l’ uguaglianza. Poter dire basta, finisce qui, fosse pure perché sento di aver vissuto troppo e non voglio che qualcuno si occupi della mia merda che non riesco più a trattenere. 

È giunto il tempo di laica umanità. Dateci il diritto di morire con dignità. Dateci la parola “fine”. 
N.H

Trump in progress

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E niente, “l’uomo forte” non si smentisce. In pochi giorni ha firmato contro le donne, l’ambiente, immigrati, il libero mercato. Ha già annunciato un intervento militare in Siria, ha nominato antivaccinisti (invitando Wakefield all’insediamento) e antiabortisti ai posti chiave della sanità, ha smantellato la riforma sanitaria universalista, ha promesso la fine delle limitazioni anti inquinamento ai grandi industriali, la fine dei trattati sulle emissioni. Con faccia spavalda, aria rivendicativa, muso da pittbull, circondato da soli maschi, bianchi. Ovviamente, da vero cowboy, i Sioux non passano. Un idolo, una liberazione, per te che aspettavi uno così, e te ne stavi un po’ in sordina. Sfogati pure, finché dura. Sì, ha messo Thiel di Paypal alla comunicazione, ha promesso agli altri della Silicon Valley mantenimento ed espansione della deregulation in cui sguazzano. Ma alla fine, nel gioco fra protezionismi, anche a ‘sti demoni del web i conti non torneranno, da un mondo inquinato e incendiato non potrà che sollevarsi una grande ondata liberatoria. Spero che travolga anche loro, a cui stiamo svendendo le nostre vite. E tu, amico mio, ora ringalluzzito, spero che dovrai tornare ad acquattarti nel tuo pertugio.

http://www.corriere.it/foto-gallery/esteri/16_maggio_25/combattivo-sicuro-se-firma-parla-donald-trump-6c6a4206-2290-11e6-889d-0e478b0d5f56.shtml

Civiltà ostinata

Elementari e pochi sono i bisogni di un adolescente. In ordine: sfamarsi, divertirsi e fare sesso. Soddisfatti quelli, potrebbe dirsi assai fortunato se non dovesse, come di norma, andare a scuola. Diciamocelo, la faccenda è di una tristezza insostenibile, vuoi per la minaccia costante delle verifiche e interrogazioni, vuoi per la non voglia e la mancanza di stimoli di cui sono “vittime” la stramaggioranza, vuoi, nei casi più disperatissimi, per forme più o meno conclamate di bullismo.

Ciò detto, personalmente ho avuto un buon rapporto con la scuola; molto probabilmente sarà dipeso dal fatto che frequentavo un istituto che dava e lasciava largo margine di manovra agli studenti, cose del tipo: dico quello che penso senza pippe mentali, studio se non ho paranoie, mi faccio una canna all’ultimo banco perché sono figlio di papà. Io figlia di papà non lo ero e la canna non me la sono mai fatta, ma andava bene lo stesso.

Oggi, ripensando a quei tempi, posso dire di non avere nostalgia per i compagni di liceo né per l’ingrato periodo adolescenziale; tuttavia, nel cuore mi è rimasta una materia, la filosofia; forse ricordo male, ma quando interrogata ero sempre pronta e la mia bella figura non me la toglieva nessuno.

Morale: leggevo un articolo che sottolineava la necessità, per le democrazie, di negoziare anche con le dittatture di Erdogan e Putin, giacché la realtà politica attuale è tale che l’alternativa sarebbe la guerra. Ora, probabilmente complice il Vin Santo della vicina, mi è tornato in mente il giovane Platone che si entusiasmò per il governo dei Trenta, salvo poi ricredersi quando fu instaurato un regime di terrore; a quel punto il filosofo ateniese si convinse che per uscire dall’impasse un governo di filosofi avrebbe fatto al caso perché, avendo contemplato l’idea del Bene, proprio i filosofi avrebbero potuto realizzare una società giusta.

Facile no? Buttiamola anche noi in filosofia. Come estremo gesto ostinato di civiltà.
 
“Credo di aver capito l’etica kantiana quando molto seriamente ci hai fatto presente che alle tre di notte, in una città deserta, davanti a un semaforo rosso, ti fermi solo se sei un fesso: o se sei kant”.

        Alessandro Baricco, Maestro Vattimo
N.H

Il massacro di Aleppo

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Un fiasco umanitario mondiale.

Come qualcuno afferma: una nuova Sebrenica con tutti i suoi orrori.
Si pensava che Auschwitz non si sarebbe MAI PIÙ RIPRESENTATO eppure oggi ancora, nel bel mezzo del bel XXI secolo, in moltissimi paesi resi noti dai media e non gli orrori, i massacri, i crimini inenarrabili si compiono sotto gli occhi di tutti e;
Aleppo muore, giorno dopo giorno, da tempo ormai…

Gli USA e l’Europa, non decidendo, hanno deciso che non c’è un sufficiente tornaconto per intervenire.

La Lega dei paesi arabi latita nel silenzio della sua abituale atrofizzante auto-umiliazione.

Il regime, la Russia, l’Iran, la Turchia e Hezbollah stanno firmando con il sangue in Siria il più grande genocidio d’inizio secolo.

Leonardo Sciascia scriverebbe: “Quando tra gli imbecilli ed i furbi si stabilisce una alleanza, state bene attenti che il fascismo è alle porte”. Voilà.

 

N.H

Verità implicite 

La verità è che, nel bel Paese, ci sono molte Goro e Gorino. Un po’ più scaltre, forse, un po’ più accorte. Quel che ha turbato e disturbato sono quelle barricate che nessuno ha voluto sfondare, o la festa dei miserabili cittadini che avevano vinto la disgustosa battaglia. Quelli che tra un mese faranno il presepe. La verità è che fa male constatare, l’ennesima volta, ciò che ormai tutti noi sappiamo: “siamo troppo pochi rimasti umani in questo mondo che ha ucciso l’umanità”.

E dire che costoro a messa ci vanno e si commuovono ogni volta al racconto di Maria costretta a partorire in una stalla. Bene: la storia non ha insegnato e si ripete, esattamente come 2016 anni fa.

Vorrei guardarvi negli occhi uno a uno. Sarei curiosa di entrare nelle vostre case per scoprire quella miseria che lamentate e che vi fa urlare prima gli italiani. Sarei curiosa di vedervi intenti e attenti nel coltivare con convinzione quelle tradizioni che temete di perdere a causa “dell’invasione”.

No, forse no. Anzi, sicuramente è meglio di no, che non vi incontri mai, perché per vivere e sperare ho bisogno di mantenere la fiducia nell’umanità che al momento è già poca, non vorrei smarrirla del tutto.
P.S Comunque, io imporrei visita obbligata a Lagos e al Delta del Niger, se non altro per fare chiarezza sul fatto che Gorino è oggettivamente un posto – scusate il francesismo – di merda (terreno golenale da esondazione e sedimenti del PO dove scaricano i cessi di tutta la pianura padana) e che dire che i profughi avrebbero rovinato il turismo, è una violenza carnale al buon gusto.
N.H

La vergogna. Mi vergogno. 

  
Spero che scappiate tutti, spero che il Muro di Igumenti diventi un colabrodo, esattamente come ho sperato che cadesse il Muro di Berlino, e che tutte le fughe per la libertà da tutti i mondi concentrazionari riuscissero. 

Il mio augurio ai fuggitivi, beffate i carcerieri, asciugatevi i vestiti e sperate nella primavera. 
N.H 

Quando i Grandi Uomini erano davvero Grandi 

Ci sono alcuni personaggi storici che hanno un particolare fascino, un carisma penetrante, che rimangono sotto pelle, entrano nell’immaginario collettivo e non ne escono più.
Uno è Alessandro Magno, Aléxandros trίtos ho Makedόn, Μέγας Ἀλέξανδρος, Ἀλέξανδρος Γ’ ὁ Μακεδών.

“Et siluit terra in cospecto eius”, così la Bibbia lo nomina nel libro dei Maccabei; “E la terra ammutolì al suo cospetto”.

Dhu al- Qarnayn, così lo nomina il Corano; “Il bicorne”.

Nessuno prima e nessuno dopo ha mai compiuto imprese così grandiose, nessuno prima si era mai spinto, con un esercito, in terre così lontane dalla patria, ma, soprattutto, nessuno prima aveva mai concepito un disegno politico così imponente e di ampio respiro con la consapevolezza delle conseguenze del disegno sull’umanità.

L’eco delle sue imprese, più delle imprese di chiunque, si è impresso nei secoli e nei paesi, dai poemi medioevali alle canzoni dei griot della Guinea, dopo secoli la sua arte si ritrovava ancora nelle valli dell’Afganistan e dell’Hindu Kush.

Ancora oggi nelle tribù montane di quei paesi si dice che i cavalli indigeni sono i discendenti di Bucefalo, lo stallone di Alessandro.

Esisteva fino a pochi decenni fa, nelle isole greche, una tradizione secondo la quale nelle notti di tempesta le donne isolane in attesa dei mariti rimasti al largo nelle loro imbarcazioni, andavano sulla riva del mare per gridare “Pou ine o Megalexandros?” (dov’è il grande Alessandro) e si rispondevano “Zi ke vasilevi!” (vive e regna).

Quello che fa di Alessandro un mito è sicuramente la morte prematura nel momento del compimento del suo disegno, la fede in un’idea che il mondo plasmato da lui sarebbe stato migliore, la collera assoluta, la ferocia distruttiva, il carisma, la sua capacità di sognare ed innamorarsi del sogno al punto di rinunciare a tutto pur di farlo reale, l’occhio azzurro e l’occhio nero la luce ed il buio dell’essenza umana.

La lucidità, la vorace fama di conoscenza, la filosofia imparata e praticata con Aristotele, i ritratti di Apelle, le sculture di Lisippo, hanno creato attorno alle sue sembianze e alla crisalide dissecata del suo corpo il simbolo del rimpianto per un mondo sognato e non costruito, il mito, colui che scioglie il nodo gordiano.

Alessandro è rimasto giovane, come tutti gli eroi, tra le rose di Pieria, tra i ricordi della prima città a portare il suo nome, tra le montagne dell’Afganistan, nelle sabbie dei deserti attraversati, nella fine neve del Nepal ed in tutte le terre che lo hanno veduto.

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Alessandro e il mare – Roberto Vecchioni

Il tramonto era pieno di soldati ubriachi di futuro
fra i dadi le bestemmie e il sogno di un letto più sicuro;
ma quando lui usciva dalla tenda non osavano
nemmeno guardare:
sapevano che c’era la sua ombra sola davanti al mare.
Poi l’alba era tutta un fumo di cavalli,
gridi e risate nuove;
dove si va, passato il Gange,
Generale, parla, dicci solo dove:
e lui usciva dalla tenda bello come la mattina il sole:
come in una lontana leggenda,
perduta chissà dove.

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Alèxandros – Giovanni Pascoli

Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l’auleta:
soffio possente d’un fatale andare,
oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.
O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…
e il canto passa ed oltre noi dilegua.

E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall’occhio nero come morte;
piange dall’occhio azzurro come cielo.
Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell’occhio nero lo sperar, più vano;
nell’occhio azzurro il desiar, più forte.