L’atrocità dei nostri tempi.

Può succedere in questi nostri tempi tecnologici, di connessione tra i mondi, che il nostro vicino di casa tenga una donna segregata in casa, che la riduca in schiavitù, che la renda madre delle sue violenze sessuali, e che i figli avuti debbano condividere con lei le violenze, la segregazione, gli escrementi, i ratti, l’abbandono e il terrore.

In questi tempi di scarpe rosse e fiocchetti colorati, mostrati al mondo intero come risoluzione della nostra emancipazione e della nostra libertà, può succedere che non si sappia nulla delle tragedie che altre donne vivono ad un passo di noi, perché è importante non mostrarsi curiose, invadenti; è importante essere superiori, non impicciarsi come facevano le vecchiette pettegole del paese, sedute alla sera in mezzo alla via, a controllare il traffico altrui, e le altrui debolezze.

Viviamo e facciamo parte di un’epoca in cui è così bello e facile “essere tutti qualcuno”, che non ci siamo accorti di essere più nulla. “Siamo tutti palestinesi, siamo tutti francesi, siamo tutti terremotati, siamo tutti massacrati.” Io, non ci ho creduto mai. Perché non può essere vero che riusciamo ad essere così partecipi del dolore di intere nazioni, mentre siamo incapaci di essere partecipi della tragedia che una donna – o una persona – vive a dieci passi da noi.

Il mostro, si sa, non può essere uno di noi. Se così fosse, come si potrebbe continuare a vivere in leggerezza in questi anni pesanti e sfinenti? Meglio allora pensarlo nero, sbandato, senza lavoro ma col wifi e i 35 euro in tasca. Meglio non sapere il suo nome e chiamarlo “quello là”. Da troppo tempo i mostri son quelli che arrivano dal mare, che ci invadono, che ci rubano il lavoro e le donne. Poi col tempo si cambiano le etnie, ma mostri restano senza dubbio alcuno. In principio furono gli albanesi, e poi, via via … il resto lo sappiamo. E quando sembra che tutto non sia proprio così, come ci vorrebbero far credere, basta un attimo: basta far circolare ancora la notizia delle “spose bambine” per riportare l’indignazione di massa là dove deve stare. Lontana da noi.

Ma capita che in Calabria, un uomo tenga segregata una giovane donna per dieci anni, la sposti da una casa all’altra fino a rinchiuderla in una baracca con la catena alla porta. Capita che la violenti, che la sottoponga a torture davanti ai suoi bambini – figli di quelle violenze – che la ferisca, che le strappi la carne e gliela richiuda con la lenza da pesca quando sanguina troppo, che la lasci vivere in mezzo ai suoi stessi escrementi – insieme ai suoi bambini – che ne faccia una schiava, e che renda schiavi anche i suoi figli. Che la tenga isolata dal mondo per dieci lunghissimi anni. Nel silenzio di chiunque abbia intuito, o saputo. Di chiunque non si sia mai posto una domanda su quel bambino che ogni tanto vedeva seguire “suo padre”, sporco, tignoso, malnutrito e abbia girato lo sguardo altrove, per non vedere che il mostro, era proprio uno di noi.

La donna – ragazza- invece no; lei è rumena. Una ragazza arrivata qua perché sperava che noi fossimo meglio di loro.

N.H

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Italia s’è desta!

All’inizio sorridi, poi, in un secondo momento aggrotti le sopracciglia e continui a sorridere; alla fine ti ricordi dell’universo parallelo di cui fai parte, e smetti di sorridere.

Accadeva ieri notte, quando a caldo dai post su Twitter – confermati poi da una rapida occhiata alle testate giornalistiche – comprendevo che l’Italia non parteciperà al prossimo mondiale, e leggevo prima scritto da Salvini, poi dalla Meloni, che è colpa degli stranieri. E poi giù a cascata tutti i tifosi delusi: “non sono razzista, ma sono troppi …”

Troppi stranieri nelle squadre di calcio. Bisogna privilegiare la crescita e l’allevamento dei talenti italiani…

La butto là: approviamo la ius- soli e rendiamo multietnica la prossima nazionale di calcio…

Ops, che sciocca, non è così che funziona. Avevamo già l’italiano Balotelli, ma i tifosi facevano “Buuuu.”

E no cari miei, mi vedo costretta di contraddirvi. Il problema non è legato allo sport, è sempre la solita vecchia storia di due imbecilli razzisti o fascisti che sanno cogliere l’occasione giusta per gettare l’esca nel mare della stupidità … e qualche pesce abbocca!

N.H

In istruttoria… 

Il distacco che sto mettendo tra me e questo blog è strano. E non in linea con la mia concezione di interazione e condivisione. 
Cerco di analizzare e comprendere perché girovago dieci minuti tra le parole di chi Amo, mi piace e frequento da tempo, leggo e chiudo. 

Pochissimo da casa. 
Eppure c’è l’aggeggio nuovo, bellobellissimo, bianco bianco che mi ha regalato il pargolo maggiore che occhieggia dalla credenza. 

Eppure lo ignoro. 
Arrivo a notte che era l’ora dei miei passi infiniti e ritrovati tra le parole che l’unica di voglia che ho è di annullarmi in un nulla di notizie spazzatura e di sonno. 
E non è da adesso che l’umidità malefica del mio paese di pianura schiatterebbe pure un eschimese, anche quando sembrava l’inverno nel posto sbagliato. 
Stanchezza da troppo lavoro. 

È vero, ci sta anche quella. 
Troppe ore davanti al pc che mi fanno odiare qualunque cosa abbia una tastiera, cellulare compreso. 
Aspetto che passi senza alzare un dito per farlo passare. 
E non sto male, oddio, dire che sto bene sarebbe esagerato, ma sto, attaccata alle piccole, mapropriopiccolepiccole, cose di ogni giorno, con un sorriso per le giornate di sole autunnale e una tristezza a caduta libera per il mare che non ho. 
Sto con il benessere di certi momenti rarefatti e sognanti in cui concludo il cerchio dei miei sogni con la certezza fasulla che avrò tutto quello che voglio.
Forse è che sto solo facendo un po’ di vacanza da me stessa. 
A volte stare separati insegna a stare meglio insieme.
N.H

Quanto è inutile scrivere quando sai che la gente ha smesso di leggere!

Sto cercando di scrivere una cosa che continuo a cancellare, non perché non abbia il coraggio delle mie parole, quello non mi è mai mancato, ma francamente lo dico: sono stanca e stufa di ricevere messaggi e e-mail insultanti, traboccanti offese e minacce astratte da chi ha deciso di farsi fottere l’ultimo neurone dalla propaganda nazifascioleghista.

Volevo scrivere che ho rilevato una cosa: più aumentano le notizie delle donne violentate – magari – dallo straniero, meno si parla della situazione dei migranti abbandonati alle armi della Libia. Più i giornali spazzatura inoculano il virus del terrore di camminare per strada, meno si parla delle aggressioni razziste che si ripetono, in questi nefasti giorni in Italia. Più si divulgano agghiaccianti accadimenti, che di nero ha solo la cronaca, meno attenzione si presta ai rigurgiti nazifascisti che ormai son diventati grandi e schifosissime vomitate.

Le associazioni umanitarie lasciano obbligati i mari dove le persone in fuga moriranno, il silenzio calerà sulle stragi a venire. Probabilmente non avremo più piccoli cadaveri di bimbi adagiati in riva al mare a far scuotere l’ultima coscienza sopita, e a quel punto – forse – le donne violentate torneranno ad essere centrali nel racconto della lordura abominevole dell’essere umano. Ma anche in quel caso, parlarne, non servirà certo a darsi le risposte giuste per sanare lo scempio.

Volevo sapere e chiedere se anche a qualcuno di voi capita di restare senza parole davanti a quelle di altri, lasciate andare con estrema superficialità a commento degli articoli di “giornale”, che sembrano essere scritti col solo intento di attirarle tutte a sé, che più ne vengono e meglio è. La pena di morte! In questi giorni l’ho letta così tante volte che, ogni volta mi svuotavo un po’. Così, per capire, son partita da Ilaria, che con veemenza commentava “il branco di Rimini” – che se proprio non lo si poteva mandare in Polonia (e non capiva nemmeno perché) allora si poteva sperare che venissero giustiziati da altri carcerati, nelle patrie galere.

Volevo scrivere a Ilaria che non è il colore della pelle a fare di un uomo un criminale. Ma è stato solo un attimo, il tempo necessario a due click per arrivare al suo profilo e vedere il suo bel faccino sorridente a lato della sua immagine di copertina. La scritta nera su sfondo grigio: “Stay Human – Restiamo Umani”.

Sto cercando di scrivere una cosa, in qualche modo l’ho fatto smettendo di cancellare. Ma quanto è inutile scrivere quando sai che la gente ha smesso di leggere?

N.H

Le “minacce” del sig. D.S (sic!)

E niente, anche se non ne avrei voglia, scrivo. Pazienza l’esasperazione, al diavolo la stanchezza, ignoro l’ultima notte in bianco. Ma devo scrivere. Urge un bel chiarimento, un altro. Perché devo una risposta al Signor Dario S. che, scrivendomi un’e-mail, mi dà della “buonista del cazzo” e “amica dei terroristi” minacciando di smettere di leggermi e seguire il mio blog “togliendomi così il pane dalla tavola” (sic!) se non mi affretterò a prendere posizione “contro l’attentato di Madrid” (arisic!).

Dall’esasperazione non mi sono lasciata vincere, e dalla stanchezza ho trovato un po’ di forza, ma con l’afa e tutto il resto come vorrei continuare a star qua a oziare, a pensare alla parmigiana che vorrei fare per cena, a farmi la manicure, a giocare a scacchi…

Dario S. carissimo, l’ultimo attentato è stato a Barellona, anzi no. L’ultimo è stato a Turku, ma non si faccia sviare dal suono. Turku è in Finlandia. È successo due giorni fa, ma già non se ne parla più. Non fa notizia. Per i giornali c’era più roba a Barcellona, tanta roba. Ed è più appetibile per gli avvoltoi, tra sangue innocente e storie d’amore e di morte su cui ricamare. Le chiedo gentilmente il permesso di prendere posizione anche per l’attentato di Turku, quindi. Non si dispiaccia, è che da sempre ho detestato ogni gesto teso ad utilizzare il terrore come merce di scambio; il solito baratto con la nostra libertà.

Già che ci sono, nonostante l’esasperazione, il mal di testa, l’afa, i capogiri e il sonno che vorrei fare, in altri tempi le avrei chiesto di spiegarmi la relazione che intercorre tra l’accoglienza di povere anime a cui con le armi e le razzie l’Occidente nega la vita, e la nostra colpa morale per l’attentato di Barcellona. Ma i tempi son cambiati e io, onestamente, mi sono rotta letteralmente le scatole. Sì, non ne posso più.

Sono giunta alla conclusione che la colpa definitiva di tutto questo impoverimento culturale, sia l’eccesso di intelligenza. A colpi di tastiera tutti si sentono in diritto di esibire la propria, senza modestia e senza ritegno.

Nessuno ha voglia di sapere perché sa già tutto. E senza alcun pudore, si sventola con arroganza ogni forma di ignoranza.

Nel corso degli anni ho visto atei che si proclamavano comunisti difendendo le “origini cattoliche”, ho anche letto recentemente una convinta salutista vegana domandarsi perché non avrebbe dovuto servire del prosciutto al fidanzato della figlia, onnivoro ma musulmano. Ho letto le sue precise rimostranze sulla disparità di trattamento tra i poveri africani e i poveri italiani. Non leggo più domande sull’argomento, non ce ne sono più. Un po’ come se dicessi che i cattolici hanno tutti gli occhiali perché si sono masturbati in giovane età, per altro desiderando donne già sposate con altri uomini, e avessi la pretesta di far passare queste affermazioni intelligentissime, come se fossero un trattato di teologia.

Vorrei chiarire un passaggio: io sono agnostica, e quindi per me non vi è alcuna differenza tra persone che praticano religioni diverse. Le rispetto tutte in egual modo sperando di contro che anche il mio agnosticismo lo sia. Non penso ci siano degli Dei malvagi, ma sono certa che ci siano uomini malvagi. Non credo che la malvagità sia prerogativa di una particolare etnia, ma di tanta umanità.

Ora però, sarà per via dell’esasperazione, ma io non ho più voglia di discutere sull’ABC della vita. E soprattutto non ho più voglia di risponderle, Dario S. mio ex lettore. Si allontani di fretta dai miei scritti, lasci pure il mio blog e viva sereno, io non avrò mai nulla da dire su nessun attentato, semplicemente perché non penso di poter aggiungere nulla di utile né al dolore, né allo sdegno. Mi affiderò come sempre alla decenza del silenzio, dato che non ho Dei a cui rivolgermi, né vorrei trarre cibazione dal sangue altrui.

E a proposito, il pane in tavola non mi mancherà. Non le sembrerà vero, ma ho fatto in tempo a mettere al mondo tre figli che sono già bei grandi. Se un giorno non dovessi più riuscire a comprarlo, ci penseranno loro.

N.H

Il massacro dell’Umanità

Ho discusso ieri con un esponente PD, che in merito alla preoccupante dechiarazione della sindaca di Codigoro, sulla proposta di alzare le tasse a chi ospita rifugiati, aveva cercato di giustificare (!) con tono paternalistico l’ennesima caduta libera del suo partito.

A dir il vero non posso dire d’aver discusso; ho espresso sinteticamente il mio pensiero lasciando a lui la vittoria per abbandono. Che io con i cretini non ci voglio più perdere tempo.

Noi ridiamo; facciamo satira e ridiamo. Ma ridiamo per legittima difesa.

Quando il riso finisce resta il dovere di tornare seri, e spiegare con quel poco di voce che ci è rimasta che il fascismo non è più latente. È tornato nella sua forma peggiore con l’arroganza di un potere inetto e ignorante che non rispetta più nessuno, nemmeno il buon senso. Ed è umanamente massacrante assistere, totalmente impotenti, all’egemonia culturale di destrsinistrcentro imporsi incontrastata sul tema migranti.

Prevale l’odio, l’ostilità, la paura, l’intolleranza, i porti chiusi, i numeri chiusi, i muri, i militari ai confini, l’idea delirante di aiutarli nemmeno più “a casa loro”, ma sulle barche loro lasciando che la morte li raggiunga. E soprattutto prevale quel “loro” contrapposto a un “noi” che è un’invenzione, che è già intrinsecamente razzista, disumanizzante, incapace di empatia come questa era in cui i lutti e i traguardi si celebrano in tempo reale, si condividono in prima pagina ma, temo, si vivono sempre meno, perché sempre meno si riconosce l’umanità dell’altro, di chi scompare o trionfa; e ne resta un’immagine, una foto simbolo, un tweet sagace, una polemica televisiva, uno slogan pubblicitario, un marketing dell’umanità che rivolta lo stomaco con tanto di conati.

Non è solo l’autoritarismo che ritorna nei volti osceni di Trump, Erdogan, Putin o Maduro, nelle loro minacce che sempre più sembrano quotidianità, nella loro intolleranza fatta sistema. E non è nemmeno il conservatorismo sempre più bieco delle destre Occidentali. È anche, forse soprattutto, l’incapacità di immaginazione, slancio e visione delle sinistre, dei “progressisti” che parlano proprio come loro, quelli che dovrebbero stare dall’altra parte e sì, dovremmo – e scusate il “noi” – combattere come si combatte un avversario e un nemico; altro che la “post-ideologia” del volemose bene, del dialogo a ogni costo.

Quando un rappresentante dello Stato e delle Istituzioni ha il coraggio arrogante di dichiarare il suo nazismo con assurda spavalderia, dovrebbe essere costretto alle dimissioni dai vertici del partito a cui appartiene. Dovrebbero essere le istituzioni a correggere loro stesse, a recuperare credibilità, a chiedere scusa alla popolazione che rappresentano. Ma è utopia, lo capisco da me. Perché il risultato è questo: ognuno si fa i cazzi suoi, per un pugno di elettori nel giardino di casa propria. Lo dico con la pena nel cuore e nel cervello, ma a questo punto meglio il multiculturalismo di uno Zuckerberg o qualsiasi altra piattaforma sociale. Meglio quello di un’Europa incapace di qualunque cooperazione umanitaria reale, che sfondi una pagina di comunicato stampa. Meglio il dominio dell’algoritmo che un mondo fatto di uomini altrettanto macchine – e chissà se una qualunque intelligenza artificiale, per quanto scema, farebbe morire tutti gli esseri umani che sono morti e continuano a morire, in questi mesi e anni, per mancanza di intelligenza naturale.  

A noi forse è meglio che resti la voglia di ridere, di allargare le braccia, di farsele cadere perché non c’è il tanto nemmeno per combattere seriamente. Perché ormai è inutile ricordare che è esistito solo un modo per combattere e vincere il fascismo, e chi se lo ricorda perché l’ha vissuto o solo studiato seriamente quando i libri di storia avevano ancora un’utilità, è troppo vecchio o male in arnese.
Possiamo esigere, anche ridendo in faccia a questi ignoranti rimbecilliti dal potere, che stiano zitti o che tornino ad una parvenza di serietà. Perché un conto è l’imbecille che scrive sui Social Network o chiacchiera a vanvera al tavolino di un bar, un altro è quando a palesare la sua stupidità è un rappresentante delle istituzioni. Ma anche questo è difficile da spiegare ormai, quando i “supporters” di questo o quel babbeo, anziché porsi una domanda e darsi una risposta, ti apostrofa con “stai sempre a far le pulci per un errore di italiano, o per un lapsus”.
Eh no, non è così riduttivo! Se a voi sta bene Napoleone ad Aushwitz , le mamme fattrici dell’italica razza, l’alternanza scuola lavoro, l’abrogazione del reato di apologia di fascismo perché liberticida (sic!) e tutte le altre porcherie dette o approvate negli ultimi anni (tengo fuori il sessismo e il razzismo per non ammorbare nessuno) preparatevi al futuro, perché sarà qualcosa che surclasserà il peggio che stiamo vivendo. E già oggi trovo assai più autorevole il mio fruttivendolo di questa manica di imbecilli fatti fascisti solo dalla loro miserabile sete di potere. La politica è altro. La politica dovrebbe essere a nostro servizio, e non il contrario.

 

N.H

 

La proiezione del vissuto.

Vasco ieri, Fantozzi oggi, la proiezione del vissuto di tante generazioni italiane; la sottile via di mezzo tra il qualunquismo e la poesia, la possibilità di specchiarsi come si può, si vuole, come si crede. Ognuno col suo pezzo di vetro. Vasco e Fantozzi, la leggerezza con dentro la morte, di continuo. Come se le vite di tanti di noi fossero al dunque. Lo senti nell’aria, nello sfilacciarsi delle cose importanti. O che almeno credevi lo fossero. Da qui la voglia di grande raduno: al concerto come bilancio, o al funerale virtuale come espiazione. Una specie di depressione carsica dilagante, dovuta al fatto che non c’è il vento giovane, non è strutturato. Non disturba, non arriva, non si sente un paradigma sostitutivo. I rapper, gli youtubers, gli bloggers, i giovani cineasti, gli scrittori, i movimenti. Tutto un rumore plasticoso, che sa di business o ripiego, piccolo cabotaggio, schiuma di onda, non si sente controbilanciamento umano, nuova linfa, anticorpo. Narciso non racconta altro che di sé, ma solo a sé. Fuori, mente. Al contrario di Vasco. Sembriamo un paese vecchio, che ha strangolato in culla il futuro, non gli dà voce, o meglio, gli impedisce di costruirsi un racconto. Ma qui non è questione di colpe o meriti. Senza il nemico giovane, ribelle, il vecchio imperversa, esonda, ammanta, coi suoi rimpianti, gli slanci, le invettive, il progetto a vicolo cieco. Mugugna e rosicchia, il vecchio, e scaracchia indignato. Il vecchio è un professionista dello spegnere. È colpa di Alfredo, la CocaCola , le canottiere, stivali, i sopravvissuti, le pietre rotolanti nostrane. Nel bicchiere pieno di lucciole, Fantozzi colse la bellezza di sua moglie, con cui ha passato quasi un secolo, di tradimento devoto, esibito. Il fenotipo italiano lo richiede, poesia malandrina. Venghino, come è umano lei. Nel dilettantismo emotivo, nella perdita della grammatica delle cose, ovvio che ci si rivolga a loro, grandi professionisti di specchi, svago e depressione maschile superata a figa, grasse risate, e cin con gli amici, come residuo di identità. Quel che è vero, quel che no, poco importa. Importa che con quelli come Villaggio non perdiamo persone e personaggi, ma un metodo. Perché sapeva scrivere davvero. Quando loro se ne vanno, che si fa? Ci resta il risultato, gli unici due risultati di tutto questo coacervo, gli unici veri punk dell’edonismo coatto, della raunch culture lasciata sola dai vecchi, costretta a misurarsi con le ombre ingombranti dei padri, dei nonni… Fabrizio Corona e Lapo Elkann. Per loro, a ben grattare, il sistema ha ritagliato il ruolo di vento ribelle, le pietre rotolanti, il non-racconto del nuovo millennio italiota. Il resto, precarietà.

 

N.H

Ius soli. 

Avrei una domanda (a mo’ di retorica, giusto per restare in tema) per tutti gli italiani (razzisti, xenofobi, ignoranti e poco informati) che da giorni vomitano veleno dal basso delle loro tastiere, contro la riforma del decreto sulla cittadinanza: “vi siete presi il tempo (3 minuti sono) della vostra miserabile esistenza, per leggerlo?”Faccio questa domanda perché non trovo altra spiegazione plausibile alle vostre stupide razziste e ignoranti dichiarazioni/reazioni. E la cosa ancor più tragica è che a giudicare dalle prese di posizione di certi deputati della Repubblica italiana, e anche qualche ministro, è legittimo pensare che non l’abbiano fatto nemmeno loro.

Per quanto mi riguarda, ho deciso di considerarmi culturalmente e mentalmente “anziana”, ed arrogarmi il diritto che solo un anziano può avere: “Sfancularvi” tutti, rompendo tutti i freni inibitori, scordando qualunque forma di educazione e cortesia, mettendo da parte qualunque formalismo. Perché temo che a furia di coniare neologismi divertenti o eleganti come “analfabeta funzionale”, o “leone da tastiera” molti non siano più nemmeno in grado di percepire il giusto insulto: coglioni!

Non vi farò il favore di riassumervi il decreto legge in discussione, perché pure questo è sbagliato. Dovete impegnarvi, dovete imparare a parlare dopo aver appreso l’argomento, dopo averlo letto oltre il titolo. Dovete recuperare quel minimo di dignità che potrà impedirvi figure di merda colossali.

Tu, ministro di questa Repubblica in disfacimento, che scrivi di non volere “trasformare l’Italia in una sala parto dove basterà fermarsi 24 ore per partorire un italiano”, dovresti essere licenziato all’istante per giusta causa, perché se non sai di cosa stai parlando, vuol dire che il pane che ti ingrassa te lo stai rubando; se invece menti spudoratamente, fregandotene di apparire un cretino, perché tanto è solo per colpa di altri cretini che stai seduto comodo a “fancazzo” da mane a sera, dovresti essere almeno condannato ai lavori forzati. Perché sei deleterio. Sei una sorta d’arma impropria che mina la già labile mente di chi non sa più né leggere, né scrivere.

Ho deciso che non voglio e non posso più fare finta che sia normale, che chi sbatte sui social le logiche deduzioni del piano Kalergi sulla sostituzione della razza, insinuando sfumature “sciechimichiste” e “rettiliane”, con qualche piroetta “antivaccinista” debba essere trattato con gentilezza ed educazione, mentre parla a vanvera di una legge che in fondo, la civiltà, la rasenta appena. Ho imparato tempo fa che le parole sono importanti, e per arrivare là dove hai deciso di inviarle, esse debbano essere semplici e leggere.

Ecco, leggete! E se non capite, chiedete, chiedete e informatevi cazzo, non costa niente. Vi assicuro che accade una cosa bellissima quando si scopre di non sapere: si ha voglia di imparare. Imparare è gratificazione, è ricchezza, è crescita. Ogni cosa in più che impari è un pezzetto di libertà in più conquistata; anche quella di poter gridare: “Ma quanto sei coglione?”
Con affetto,
N.H

Cambiare visuale

È importante saper cogliere i segnali.

È importante cambiare visuale.

Guardare il mondo stesa sull’asfalto ti cambia davvero un paio di prospettive. L’urto contro l’auto è stato lieve e minimo, ma mi ha fatto perdere l’equilibrio e poi la bicicletta, questa mia cara appena battezzata, non ha airbag che si gonfiano o ali che si spiegano e quindi il volo sull’asfalto è stato una conseguenza inevitabile. Ma dall’asfalto è arrivata la risposta chiara, netta e esplicita: nulla aveva più importanza se non riuscire ad alzarmi, respirare e camminare…

Una mano maschile si è allungata e mi ha aiutato a rialzarmi e rimettimi in piedi e non so che faccia avesse, ché la paura mi offuscava la vista e la testa e non capivo se non che riuscivo ad alzarmi e a camminare, tutta storta e dolorante, ma camminavo. Esplosione di gioiasollievo e non m’importava dell’imbecille che mi aveva tagliato la strada e nemmeno di tutti i dolori che sentivo. Camminavo. Pensavo. Ragionavo. Vedevo. Parlavo. Il mondo era ancora là fermo, uguale a come era prima.

È importante cambiare la visuale.

Avrei potuto sbattere la testa sul bordo del marciapiede, che era a pochi centimetri da dove sono caduta. Avrei potuto rompermi qualche osso. Avrei potuto rimanere immobilizzata. Avrei potuto morire. Peggio ancora. Avrei potuto andare in coma.
È importante cambiare la visuale.

Ghiaccio su spalla/gomito/ginocchio e che cazzo vuoi che sia? Va bene, sorrido, rido e ringrazio.
Nelle lunghe ore passate al pronto soccorso ho continuato ad essere felice e tranquilla, anche quando mi girava la testa e il mio acufene ai massimi storici che mi sembrava di essere su una nave con il mare forza venti. E sono uscita a chiamare per tranquillizzare i pargoli e c’era una luna piena talmente grande e nitida che sembrava appesa nel cielo solo per me ed è stato come si sciogliesse quel grumo che mi portavo dentro da troppo tempo ormai, fatto di tante scorie inutili e sporche. La luna limpida nel cielo di una primavera che sa di trasformazioni e l’odore forte del cambiamento e dentro di me un caldo sentimento di pace.
È importante cambiare la visuale.

Mentre ancora parlavo con i vigili dell’imbecille che ha causato il tutto, è arrivato il figlio piccolo, con il volto duro e contratto, pronto a battersi come una belva per me. E poi è arrivata anche F. e mi sono rimasti vicini per tutte quelle stanche e lunghe ore vuote di attesa al pronto soccorso. A farmi ridere, a chiacchierare, a farmi sentire protetta e difesa, a darmi affetto a palate, ad essere con me. Che è importante. Che è stato importante, perché ha rimesso a posto qualche equilibrio. Il sentimento. L’affetto. La protezione. La responsabilità.
È importante cambiare la visuale.

N.H

Prendiamola con filosofia 

“Senza provare turbamento vedrà il suolo spalancarsi, rotti i legami che lo tengono unito, anche quando venissero allo scoperto i regni stessi degli inferi. Si ergerà intrepido sull’orlo di quell’abisso, e forse da solo si precipiterà dove in ogni caso è destinato a cadere. Che cosa m’importa della grandiosità di ciò che mi uccide? La morte, di per sé, non è gran cosa”.

Seneca, “De Providentia”

Da sempre, gli stoici così, mi sono apparsi come esseri a sé stanti, in perenne contraddizione/oscillazione tra crudeltà e eroismo mentale; tuttavia non posso non ammettere un moto di ammirazione per loro, con buona pace di certe boutade che mi lasciano un po’ perplessa. Ad esempio: l’insegnamento senechiano, nel rimarcare l’imperturbabilità del saggio dinanzi alla morte propria e altrui – per non parlare delle sue considerazioni sul suicidio – , afferma che questi ha compiuto un percorso di distacco tale dalla vita da non provare compassione per alcun individuo sofferente, foss’anche qualcuno a lui prossimo. Questo perché il sapiente pensa che il dolore è condizione propria dell’uomo quindi parte integrante del suo vissuto e di conseguenza non vi è motivo per esserne turbati.

Ebbene, sono sempre più persuasa che il disprezzo per l’umana fragilità è ben lungi dall’essere segno di saggezza o qualsivoglia forma di raziocinio.

È nelle avversità che l’uomo misura se stesso e, così facendo, riesce a comprendere appieno il valore – enorme – nascosto nella propria interiorità. Le avversità costituiscono un banco di prova che, pur infliggendo dolore, rallegra alfine con le gioie del superamento, della vittoria, della riuscita.

Parallelamente, c’è lui, il barone di Coubertin, egli, nel ribadire l’importanza della lotta interiore, insegna: “L’important dans la vie, ce n’est point le triomphe, mais le combat. L’essentiel n’est pas d’avoir vaincu, mais de s’être bien battu.” (Riporto in lingua originale per non stravolgere il senso nella traduzione).

Ecco, forse questa interpretazione del senso della vita potrebbe in qual modo far vacillare anche il più saggio degli stoici. Sempre che lo stoicismo sia accomunabile alla saggezza e che disinteressarsi del destino proprio o altrui non sia in realtà un espediente per chiamarsi fuori dai giochi. Come se questo fosse possibile.

Un certo parallelismo con quel nirvana così difficile da raggiungere ma che non è paradiso, non è morte e, per me, non è nemmeno vita.

N.H